Stop Yulin Dog Meat Festival!

Il solstizio d’estate è alle porte e così anche l’inizio dello Yulin Dog Meat Festival, nonostante tutte le mobilitazioni internazionali e i falsi messaggi del governo cinese.

Per quelli di voi che non hanno familiarità con questa che, purtroppo, è una triste realtà, cerchiamo di andare per gradi. Cos’è lo Yulin Dog Meat Festival?

Nella città di Yulin, situata nella Regione autonoma di Guangxi Zhuang in Cina, ogni anno a partire dal solstizio d’estate si tiene per 10 giorni lo “Yulin Dog Meat Festival”, noto anche come il festival del litchee e della carne di cane. Lo Yulin Dog Meat Festival, in realtà, è relativamente recente, esiste infatti solo dal 2009 e le autorità della zona sottolineano che non esiste neppure “ufficialmente”, ma che sono solo piccoli gruppi di persone che si ritrovano per mangiare litchi e carne di cane. Eppure si parla di 10.000 cani (e gatti) uccisi ogni anno durante l’evento, secondo le stime delle associazioni animaliste.

Il consumo di carne di cane in Cina

Nel sud-est asiatico la carne di cane viene mangiata da secoli, anzi, mangiare carne di cane nel giorno del solstizio d’estate sembrerebbe portare fortuna e salute. A questo fattore, bisogna aggiungere un’altra considerazione: fino a non molti anni fa, i cani non erano considerati animali domestici ma per lo più venivano usati solo come animali da lavoro nelle campagne.

La vera problematica legata al consumo di carne di cane

Non esiste un sistema di allevamenti su larga scala, quindi quello di cui stiamo parlando è un commercio illegaleAnimals Asia, un’organizzazione internazionale da tempo impegnata nel continente asiatico, ha diffuso un report sul commercio di carne di cane: ne è emerso che un tempo c’erano grandi allevamenti, ma ora non più in quanto i costi per garantire vaccinazioni e standard igienici stabiliti per legge non sono sostenibili in termini economici.

Come si procurano i cani, dunque?

Catturando animali randagi e non (si, avete capito bene, rubando i cani dalle abitazioni!) con reti, drogandoli o, peggio, avvelenandoli e poi rinchiudendoli in gabbie minuscole, ammassati l’uno sopra l’altro fino a che non vengono venduti per essere uccisi. Quelli che non sono già morti durante il trasporto.

Ne derivano inevitabili conseguenze per la salute pubblica.

Date le precarie condizioni sanitarie in cui si svolgono queste barbare pratiche il rischio di malattie è molto alto. La Cina, non a caso, è il secondo paese con il più alto numero di casi di rabbia. Addirittura Yulin è tra le prime dieci città con il maggiore tasso di rabbia tra gli esseri umani. Peter J. Li, professore associato alla East Asian politics at the University of Houston-Downtown e rappresentante in Cina della Humane Society International, ha affermato al New York Times:

Qui non si tratta solo del benessere degli animali, si tratta di una questione di salute pubblica. Dopo il trasporto a lunga distanza, la maggior parte dei cani sono malati o già morti. Non esistendo un sistema di allevamenti, sottoposti a controlli sanitari, il rischio di contagio è molto alto.

Mangiare la carne di cane non porta, come conseguenza immediata, alla trasmissione della rabbia, ma catturare, trasportare e uccidere un così elevato numero di cani non vaccinati, consumare carne non conservata in maniera adeguata, o carne di animali malati (conseguenza diretta anche dell’avvelenamento, cui facevo riferimento prima), espone in maniera esponenziale al virus tanto chi si occupa del trasporto e della macellazione, quanto chi la consuma.

Le mobilitazioni internazionali

Le prime accuse dirette contro il festival di Yulin sono arrivate nel 2010 proprio da Animals Asia, che ha posto l’attenzione sulla questione sanitaria prima, per poi puntare sulle torture subite da questi animali prima di essere uccisi.

Allo stesso modo non hanno tardato ad arrivare le critiche del resto del mondo. Ogni anno lo Yulin festival attira numerosissime campagne di sensibilizzazione da ogni angolo del globo, Cina compresa, con una ferma opposizione degli attivisti internazionali affinché questo insensato quanto disumano Festival venga definitivamente soppresso.

False speranze

A maggio si stava diffondendo la notizia di un bando al consumo di carne di cane emesso dalle autorità cinesi per fermare lo Yulin Dog Meat Festival, ma alcuni venditori lo avrebbero prontamente smentito.

Secondo quanto riportato in un comunicato stampa della Humane Society International e del gruppo statunitense Duo Duo Animal Welfare Project, nella città cinese della provincia meridionale del Guangxi “ristoranti, venditori di strada e commercianti non potranno vendere carne di cane”. Il provvedimento, effettivo a partire dal 15 giugno, prevede per i trasgressori multe fino a 14.500 dollari e in alcuni casi persino l’arresto.

Tuttavia, per il momento, non si può affermare che a tutti gli effetti il festival, che rappresenta per la città la maggior fonte di turismo, non si terrà. Possiamo solo stare a guardare.

Scandalizzatevi perché è giusto!

Permettetemi di prevenire qualunque discorso in merito al relativismo culturale e altri baluardi di libertà per giustificare questura pratica illegale, barbara e crudele oltre i limiti accettabili per ogni essere senziente.

Il fatto che succeda dall’altra parte del mondo non dovrebbe comunque lasciarci indifferenti.

Non scandalizzatevi solo perché si tratta del migliore amico dell’uomo. Scandalizzatevi perché questa mattanza è umanamente inaccettabile. È inaccettabile che un essere vivente venga brutalmente torturato, mutilato, seviziato con pratiche indicibili senza ragione alcuna, per essere portato ad una morte lenta e dolorosa.

E se non fossero cani, sarebbe la stessa cosa.

Non ho volutamente inserito immagini relative al festival per non turbare la sensibilità di nessuno. Se vorrete documentarvi potrete farlo facilmente, ma sappiate che le immagini che vi troverete davanti saranno molto cruente. Mi permetto soltanto di lasciarvi un link, in caso aveste voglia di buttare un piccolo sassolino in un mare enorme, potete firmare qui.

Da soli non si cambia niente. Insieme, forse, sì.
Mi chiamo Virginia Taddei, sono recanatese come Leopardi e, come il poeta, sono in fuga da questa cittadina tanto amata, ma che mi va un po’ stretta. Sono una studentessa di giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale. Mi piace dire che ho un occhio sempre puntato sul mondo e per questo troverete il mio radar puntato sulla politica, estera e nostrana, e in generale sull’attualità.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it
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