Siria, la rivoluzione sfumata

Prima di diventare teatro di una guerra civile senza fine, la Siria ha vissuto una vera e propria rivoluzione sull’onda della primavera araba; ma che fine ha fatto la rivoluzione siriana?

È il 15 marzo del 2011 quando la primavera araba, dopo essersi resa protagonista in Tunisia, Libia ed Egitto, arriva in Siria, inizialmente con le imponenti manifestazioni contro il presidente Bashar al-Assad per poi trasformarsi in pochi mesi, a causa della capacità di resistenza del governo, in una vera e propria rivolta con la nascita del Free Syrian Army (Fsa), la prima forza d’opposizione armata.

Quella che si era inizialmente configurata come una guerra civile ha assunto ben presto connotati internazionali per via dei molteplici interessi economici e geopolitici che le potenze occidentali hanno sul territorio. La Siria, infatti, non è solo il principale teatro della battaglia d’influenza tra le due correnti dell’islam, quella sciita e quella sunnita, rispettivamente protette da Iran e Arabia Saudita, ma è anche una regione fondamentale per il petrolio, le basi navali e i rapporti commerciali dei Paesi occidentali.


Infatti, nonostante le prime manifestazioni siano state pacifiche, il regime di Assad ha subito optato per una dura repressione che ha determinato l’acuirsi degli scontri con i ribelli intenzionati a rovesciare il governo.

All’intensificarsi degli scontri, l’Iran sciita si è mobilitato in sostegno di Bashar al-Assad, mentre i Paesi sunniti sono accorsi a sostenere i ribelli. Il fallimento di queste rivolte non ha solo determinato l’ingresso in campo di potenze straniere, ma ha anche determinato la nascita della minaccia globale dello Stato Islamico, che si è servito del caos generato dai conflitti per sfuggire all’iniziale compito per il quale era stato creato, quello di combattere i ribelli.

Con un nuovo nemico da affrontare, le potenze occidentali si sono servite dei curdi per combattere l’Isis, lasciando campo libero ad Assad per avere la meglio sui ribelli e la popolazione che li sosteneva, anche attraverso l’uso di armi chimiche.

Il primo attacco chimico avvenuto nel 2013 a Ghouta ha causato la morte di più di 1300 persone. Dal punto di vista politico e diplomatico, questi attacchi hanno garantito un vantaggio al regime e ai suoi alleati, Mosca e Teheran. A seguito di questo avvenimento, infatti, il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov ha presentato un’offerta al segretario di stato statunitense John Kerry: il governo siriano avrebbe smantellato il proprio arsenale chimico sotto la supervisione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, a condizione di potersi presentare come interlocutore legittimo nel negoziato di pace. Dopo la firma e la conseguente ratifica della Convenzione sulle armi chimiche da parte di Damasco, il Consiglio di sicurezza ha adottato il meccanismo investigativo congiunto di Onu e Opac sulla Siria nell’agosto 2015.

Ma proprio dal 2015, con l’intervento militare della Russia, i crimini di guerra commessi da Assad si sono moltiplicati e tutti i governi stranieri coinvolti nella guerra siriana hanno cercato di strumentalizzare queste vicende per difendere i propri interessi, relegando le questioni umanitarie in secondo piano.

La svolta si è avuta il 7 aprile 2018, a Douma, nella periferia di Damasco, a seguito di due attacchi chimici: il primo compiuto alle 16, ora locale, vicino al panificio Sa’da di via Omar ben al Khattab, nel quale sono state ferite 15 persone; il secondo alle 19:30 vicino a piazza al Shuhada, nel quale sono state uccise almeno 55 persone e ferite altre centinaia. Assad è stato accusato di essere responsabile di questi nuovi attacchi, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo, e si è rischiato di dare il via ad un nuovo conflitto mondiale, tra minacce e raid delle potenze occidentali.


Scongiurata la terza guerra mondiale, i riflettori di tutto il mondo ormai si accendono ad intermittenza su quella che è oggi la situazione della Siria.

Quel che è certo è che a distanza di più di 7 anni si contano 400mila morti e undici milioni di persone sfollate, di cui 5,5 milioni di profughi fuori dal Paese e 6,5 all’interno. E il numero è destinato a salire. Né l’approccio diplomatico di Obama, né quello aggressivo di Trump, né quello sconsiderato della Russia protettrice di Assad si sono rivelati efficaci nella risoluzione di un conflitto che sembra destinato a non avere fine.

Molti diranno che la rivoluzione in Siria non c’è mai stata, che si è trattato solo di una insurrezione pacifica che, a seguito di una violenta repressione, è divenuta una vera e propria guerra civile, che a causa dell’intervento delle potenze straniere si è trasformata da “guerra in Siria” a “guerra per la Siria”.

Tra tutti gli interessi che i vari Paesi coinvolti nel conflitto sono intenzionati a proteggere, quello sicuramente meno considerato resta quello che dovrebbe essere il più importante: i siriani stessi.

Avete sentito parlare del Sapone di Aleppo? Si tratta di un prodotto tipico dell’omonima città della Siria settentrionale, dove l’ulivo e l’alloro (fondamentali per realizzarlo) crescono rigogliosi. Oggi purtroppo a causa della situazione siriana la produzione non avviene più ad Aleppo, ma ad Antiochia, in Turchia.

Per saperne di più, leggete l’articolo a cura di Jessica Zanza qui.

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it

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