Stretta mano Pyeongchang 2018

Sono da poco terminate le Olimpiadi invernali di Pyeongchang, un’edizione dei Giochi importantissima dal punto di vista sia politico sia sportivo

Quando si parla delle Olimpiadi invernali ho spesso la sensazione che vengano trattate come le sorelle sceme delle Olimpiadi estive. Eppure la fiamma olimpica è la stessa e l’importanza dell’evento per gli atleti di entrambe le edizioni è di pari livelli. Anzi, in alcuni sport “estivi” (calcio e tennis su tutti) i Giochi non vengono ritenuti il massimo obiettivo raggiungibile, tanto che più di qualcuno si chiede se abbia senso includere queste discipline nella manifestazione. Nel caso delle ultime Olimpiadi, svoltesi a Pyeongchang (Corea del Sud), bisogna inoltre parlare di un’edizione storica al di là del mero dato sportivo.

Raramente i Giochi esauriscono il proprio significato all’interno delle arene sportive, e sono tantissime le edizioni pregne di significati politici passati alla storia: da Jesse Owens, atleta di colore che vinse quattro ori nell’edizione di Berlino 1936, sotto gli occhi di un poco entusiasta Hitler, allo storico gesto di Tommie Smith e John Carlos (e del dimenticato e altrettanto coraggioso Peter Norman) a Città del Messico nel 1968, fino ai boicottaggi negli anni Ottanta di Stati Uniti e Russia in piena guerra fredda, le Olimpiadi hanno trasceso lo sport.

Pyeongchang non è stata meno intensa sotto questo punto di vista. Anzitutto questi Giochi hanno dovuto gestire fronteggiare la questione del doping di Stato russo, quella che ha costretto gli atleti russi a gareggiare con lo status neutrale di OAR (Olympic Athletes from Russia) e che ha impedito di esibire la bandiera russa durante le cerimonie olimpioniche (e non solo).

La querelle sulle sanzioni da infliggere alla Russia ha animato il dibattito sportivo degli ultimi anni e, soprattutto, ha rischiato di far riemergere dissapori (mai del tutto sopiti) fra la Russia e gli Stati Uniti, al punto tale che il boicottaggio delle Olimpiadi da parte degli atleti squalificati non fosse ipotesi così campata per aria.

La questione, al termine della manifestazione, sembra essere rientrata, nonostante permangano dubbi sul sistema sportivo russo, alimentati da un paio di positività di atleti dell’OAR. Fra questi merita gli onori della cronaca la squalifica di Alexander Krushelnitckii, non fosse altro perché molti di noi non avevano valutato la possibilità che un giocatore di curling – ripeto, curling – potesse ricorrere a sostanze dopanti.

Questa vicenda, però, non ha tenuto banco quanto il vero grande tema di Pyeongchang 2018, ossia quello inerente ai rapporti fra le due Coree. Sono note le tensioni degli ultimi mesi fra le due Coree, con gli Stati Uniti estremamente attivi nella diatriba fra i due paesi, grazie anche alla straordinaria propensione da bullo del presidente Trump e all’orgoglio da leader ferito di Kim Jong-un.

Dopo una serie di non troppo velate minacce di attacchi nucleari ambo le parti e di interventi social straordinariamente profondi (come quello di Trump che afferma di avere il pulsante nucleare più grande e funzionante) la rottura sembrava insanabile, ma, complici forse le pressioni della comunità internazionale, un momento di inaspettata lucidità di Kim o magari grazie proprio al fare da bullo di Mr. Trump, durante queste Olimpiadi ci sono stati segnali di grande distensione fra le due Coree.

Le due nazioni, infatti, hanno sfilato insieme durante la cerimonia di apertura, mentre la sorella di Kim Jong-un ed il presidente sudcoreano Moon Jae-in si sono scambiati una stretta di mano dal significato enorme. Stretta di mano “suggellata” dell’invito in Corea del Nord del dittatore nordcoreano rivolto proprio a Moon Jae-in, ulteriore segno di una impronosticabile apertura fra i due paesi. Dei Giochi non avevano una tale portata politica probabilmente da quelli del 1984 di Los Angeles, boicottati dalla Russia e da altri paesi in forte contrasto con gli USA.

Pyeongchang 2018, come ogni Olimpiade, non può essere ricordata solo per i risvolti politici, ignorando totalmente gli avvenimenti sportivi. Anche sotto questo punto di vista ci sono stati un paio di eventi realmente eccezionali. La palma di miglior impresa di questa edizione spetta senza ombra di dubbio – almeno per chi scrive – ad Ester Ledecka: la giovane atleta ceca è riuscita nella straordinaria impresa di vincere l’oro olimpico in due discipline totalmente diverse, ossia nel super gigante di sci alpino e nel gigante parallelo di snowboard. Prima di lei qualcosa di simile era stato realizzato dal norvegese Thorleif Haug, nel 1924 a Chamonix 1924, trionfatore nella combinata nordica e nello sci di fondo, e, nel 1928 a St. Moritz, Johan Grøttumsbråten (anche lui norvegese, vincitore nelle stesse discipline del connazionale).

Come dicevamo però in un recente articolo a proposito della possibilità di eccellere in sport diversi, trionfare oggi in settori così diversi, col grado di specializzazione raggiunto dallo sport contemporaneo, è sinceramente un’impresa che trovo difficile paragonare ad altro, tale è la sua unicità (ma probabilmente mi sfuggirà qualcosa). Vicinissima a questa impresa la grande Marit Bjoergen, che è diventata a ben 37 anni l’atleta più medagliata dei Giochi invernali, con ben 15 medaglie olimpiche, di cui ben otto d’oro (due a Pyeongchang). Chiude questo personale podio Marcel Hirscher, che ha compiuto un’altra storica doppietta nella combinata e nello slalom gigante, fra i pochi trofei a mancare nella bacheca di uno dei più grandi sciatori di sempre.

Con la medaglia di legno di questa speciale classifica apriamo il finale di questo pezzo, dedicato alla spedizione italiana. La pattinatrice Arianna Fontana, grazie ad un oro, un argento ed un bronzo, si è confermata l’atleta più titolata di sempre della sua disciplina (lo short track), dimostrando di aver meritato il ruolo di portabandiera ricoperto in questa edizione dei Giochi. Gli altri due ori, invece, sono arrivati da Sofia Goggia (discesa libera) e da Michela Moioli (snowboard cross). Alla fine di Pyeongchang 2018 l’Italia torna a casa con dieci medaglie, un sensibile passo avanti rispetto alla disfatta di Sochi 2014 (solo due argenti e sei bronzi) ma che comunque non può lasciare soddisfatto un movimento con la tradizione vantata da quello italiano, che deve sicuramente ridestarsi dal torpore in cui è caduto negli ultimi anni, in particolare nello sci alpino.

Consigli di lettura

Se l’articolo vi è piaciuto, leggete anche quello dedicato agli highlights dei Mondiali 2018.

Scritto da:

Lorenzo Picardi

Avvocato e pubblicista, non giudicatemi male. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d'attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell'anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it