Piedi fasciati: bellezza e tortura nella Cina imperiale

Da sempre, il corpo femminile è sottoposto al rispetto di determinati canoni estetici e morali. Nella nostra società si ha l’ossessione per la taglia e il girovita, nell’antica Cina per i piedi piccolissimi: i piedi fasciati.


Partiamo dal principio: perché i piedi fasciati? 

La fasciatura era un rituale che le madri imponevano alle figlie, tra i quattro e i cinque anni di età, con lo scopo di modificare la forma dei piedi. In questo modo sarebbero rimasti di piccole dimensioni, sette/otto centimetri circa, e avrebbero assunto una forma puntuta.

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Donna di casta elevata con i piedi fasciati

Le dita dei piedi, alluci esclusi, venivano piegate verso la pianta con un bendaggio strettissimo, da applicare per il resto della vita. Dopo pochi anni i primi effetti: la rottura delle ossa del piede, e le difficoltà di deambulazione.

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Confronto radiografico tra un piede normale e un piede fasciato


Wei Changsheng (魏长生, 1744-1802), fu il primo attore d’Opera a simulare la camminata tipica delle donne dai piedi bendati, attraverso la tecnica del “piede falso” (踩跷, cǎi qiāo).


Purtroppo c’erano anche bambine meno fortunate, che non sopravvivevano a causa delle infezioni e della cancrena conseguenti.

Ma quali furono le origini di questa pratica dolorosa e devastante? La risposta nel paragrafo a seguire!

Origini e significato

L’ideale di bellezza femminile legato ai piedi piccolissimi, chiamati anche “gigli d’oro” o “loto d’oro”, è presente in Cina sin dall’epoca pre-imperiale. Tuttavia non si hanno fonti certe sull’inizio della pratica. Si pensa che questa abbia avuto inizio tra il IV e il VII secolo d.C. tra le danzatrici e le concubine imperiali. Di sicuro, però, fu sotto la dinastia Song (960-1276) che i gigli d’oro acquisirono un alto valore estetico di femminilità.

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Donna con i piedi fasciati all’inizio del secolo scorso – © Bundesarchiv

Le interpretazioni date alla natura della pratica sono diverse e non unanimi. Alcuni hanno messo in evidenza il desiderio erotico suscitato dai piedini, i quali potevano essere visti e toccati senza bende dai mariti, solo nel talamo nuziale. Altri ritengono che fosse un modo per preservare la castità femminile attraverso la limitazione fisica e psicologica della donna.

Di sicuro la deformazione dei piedi era uno strumento utilizzato dalle giovani ragazze per costruire la propria dote. Dal punto di vista personale rappresentava il talento e l’abilità della donna. Dal punto di vista sociale, invece, permetteva di capire, attraverso l’entità della deformazione, quale fosse il livello sociale ed economico della famiglia di provenienza. Solo quelle più benestanti, infatti, potevano permettersi di mantenere una figlia inabile al lavoro nei campi.

Inoltre avere i piedi deformati era un investimento per il matrimonio e per la possibilità di ascesa sociale, dato che sposare tali ragazze era un segno di agiatezza.

Le uniche donne che non seguivano la pratica erano quelle di etnia Hakka, molto povere, e le pescatrici, poiché avevano bisogno dei piedi normali per poter bilanciare il proprio peso sulle barche.


La fine dei gigli d’oro

L’inizio del tramonto della tradizione avvenne verso la fine dell’Ottocento. Fu infatti in questo periodo che la cultura cinese entrò in contatto con i valori occidentali portati dai missionari.

In breve tempo, i piedi fasciati passarono dall’essere una tradizione ricca di valori socio-culturali, trasmessi di madre in figlia, ad essere una menomazione riprovevole. Inoltre si accusava i gigli d’oro di essere tra le cause della debolezza, fisica e psicologica, della nazione cinese.

Lo scontro culturale si notò in particolare nella differenza di pensiero tra le donne moderne ed emancipate e quelle più povere della Cina rurale. Per le prime, la fine dei bendaggi fu vista come una liberazione femminile. Per le seconde, come una cosa incomprensibile e contraria alla tradizione, tanto che continuarono a fasciarsi per diversi anni anche quando diventò illegale.

Nonostante i primi editti contro la pratica risalgano al 1902, fu solo nel 1911 che si iniziò a contrastarla attivamente. Innanzitutto c’era una sanzione pecuniaria per i genitori che proseguivano la tradizione. In secondo luogo, c’era il divieto di commercializzare le scarpette ricamate, utilizzate dalle donne con i piedi fasciati.

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Le scarpette utilizzate dalle donne con i gigli d’oro, confrontate con una mano. (Foto e mano di Amanda Foreman)

Il timore più grande per le madri fu che le figlie con i piedi normali non avrebbero trovato marito. Perciò ci fu una forte spinta sociale affinché gli uomini rifiutassero di sposare le donne con i gigli d’oro.

Episodi decisivi per la fine della pratica furono la guerra contro il Giappone, e l’ascesa del Partito Comunista. Quest’ultimo reiterò i divieti e favorì l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro nelle campagne e nelle officine. Negli anni cinquanta l’usanza scomparve definitivamente.


Esistono ancora donne con i piedi fasciati?

La fotografa Jo Farrell ha rintracciato le ultime donne con i piedi fasciati allo scopo di documentare visivamente la deformazione dei loro piedi. Certo, le fasciature non vengono applicate ormai da decenni, però è comunque impressionante vedere le entità delle deformazioni.

Per queste donne il destino fu beffardo. Sopportarono indicibili sofferenze nella speranza di un futuro migliore, ma si ritrovarono in un’epoca sbagliata, quella in cui le donne con i gigli d’oro non solo non erano più considerate belle e attraenti (tutt’altro), ma che venivano persino abbandonate e umiliate.

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Su Xi Rong (nata nel 1933)

 

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Zhao Hua Hong (1926-2013). I suoi piedi vennero fasciati quando aveva 15 anni.

 

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Yang Jige (nata nel 1923). La nonna le fasciò i piedi quando aveva 5 anni


Visitate il sito http://www.livinghistory.photography/images.html per vedere altre foto di Jo Farrell sui gigli d’oro. Per maggiori informazioni sulla pratica dei piedi fasciati, invece, rimando all’articolo di De Giorgi L. “Costume o tortura? La fasciatura dei piedi in Cina” in DEPORTATE, ESULI, PROFUGHE, vol. 16, pp. 50-61, da cui ho preso spunto per il mio articolo e nel quale è presente una nutrita bibliografia.

Classe 1986. Sono laureato in Scienze dell’Amministrazione e ho conseguito un Master in “Relazioni Industriali nel lavoro privato e pubblico”.
All’università ho scoperto la lingua cinese ed è stato amore a prima vista, tanto che da allora ho continuato a studiarla da autodidatta.
Nel blog, oltre a parlarvi della cultura cinese, cercherò di rendervi più familiare una delle lingue più incomprensibili per antonomasia.
Potete contattarmi scrivendo a: m.bruno@inchiostrovirtuale.it

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