Monopolio di Stato: fumare fa male ma rimpingua le casse

Il monopolio di Stato sul fumo rappresenta allo stesso tempo un’ipocrisia e una contraddizione: si preferisce guardare alle entrate immediate ignorando i costi sanitari che a lungo termine vengono provocati dal fumo.

L’Italia, si sa, è un Paese pieno di contraddizioni, ma il monopolio sul fumo è particolarmente emblematico. Lo Stato, infatti, sa che il fumo nuoce gravemente alla salute di chi fuma e di chi, passivamente, frequenta un fumatore e, soprattutto, che l’età in cui si comincia a fumare si abbassa via via sempre di più. Dietro il commercio del tabacco, però, si cela un enorme conflitto di interessi: lo Stato specula su qualcosa che danneggia la salute, vendendo questa potenziale morte a lungo termine a caro prezzo, viste le tasse di cui sono gravati i tabacchi.

Però è rilevante anche evidenziare una contraddizione di base: in Italia, le malattie respiratorie costituiscono una delle cause di morte più diffuse, comportando quindi un’enorme spesa sanitaria a carico dello Stato per il trattamento di pazienti affetti da patologie attribuibili al fumo.

Secondo una stima del 2016, lo Stato ha incassato, con gli aumenti degli ultimi anni, 15 miliardi di euro l’anno dalla vendita di sigarette e affini. Togliendo a questa cifra il costo sanitario legato al fumo, lo Stato ottiene comunque un utile di circa 7,5 miliardi di euro l’anno. Per ogni pacchetto di sigarette da 5€ venduto, infatti, il guadagno dei tabaccai è pari al 10% del prezzo di vendita (0,50 centesimi), al fornitore vanno 70 centesimi, mentre lo Stato incassa 2,90€ di accisa più altri 0,90 di Iva.


A rimpinguare le casse italiane da quest’anno, però, ci sono anche le sigarette elettroniche, passate sotto il diretto controllo del Monopolio di Stato, che garantiscono introiti per oltre 300 milioni l’anno.

Dopo anni di negozi spuntati in ogni dove e vendite on-line senza limiti, infatti, nella legge di bilancio approvata a dicembre 2017, grazie ad un emendamento presentato in Commissione Bilancio dalla senatrice Simona Vicari, è stato deciso che dal 2018 le ricariche delle sigarette elettroniche non potranno più essere vendute su Internet, ma solo nelle tabaccherie e nei punti vendita autorizzati dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli, prospettando multe molto salate per i trasgressori.

Da una parte, l’obiettivo del monopolio è quello di togliere dal commercio prodotti di scarsa qualità e dubbia provenienza; dall’altra, l’imposta sui liquidi garantirà allo Stato introiti da capogiro: 4,50€ per ogni 10mL di ricarica.

A novembre, la Corte Costituzionale, respingendo un ricorso presentato al Tar del Lazio, con una sentenza ha confermato la legittimità dell’imposta anche per i liquidi senza nicotina, tra le motivazioni ha spiegato come la sigaretta elettronica sia equiparabile alla sigaretta tradizionale e vada disincentivata «in nome del principio di precauzione, nei confronti di prodotti che potrebbero costituire un tramite verso il tabacco», in particolare per i giovanissimi, come sottolinea uno studio della University of Southern California. Non solo, sempre secondo la Corte, l’imposta ha come «finalità primaria il recupero di un’entrata erariale (l’accisa sui tabacchi lavorati) erosa dal mercato delle sigarette elettroniche».


La posizione della Corte Costituzionale in merito alla pericolosità delle sigarette elettroniche è sicuramente condivisibile e, allo stesso tempo, funzionale a livello economico; ma non sarebbe quanto mai opportuno considerare di smettere di porre, sullo stesso piano, la necessità di entrate erariali e la salute dei cittadini?

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Mi piace dire che ho un occhio sempre puntato sul mondo e per questo troverete il mio radar puntato sulla politica e in generale su tematiche di attualità.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it

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