Megahex: fra i fumi degli spini e la barbera

A Khatmand­u non c’eri più

Noi appassionati della nona arte, come tutti i feticisti disturbati, acquistiamo tantissimo. E non ci si limita all’edizione originale di un fumetto: si va avanti a comprare fino a quando non si ha la ristampa della ristampa, quel gadget particolarissimo e introvabile, la copia autografata, l’albo inedito nel nostro paese, etc etc.

Tutte cose bellissime ed emozionanti. Poi, però, c’è una cosa che rappresenta la summa di queste pratiche, dove the dreams that you dream of, dreams really do come true: le fiere internazionali. Lucca Comics & Games, Treviso Comic Book Festival, BilBolBul, Napoli Comicon, ARF!, Romics, per citare solo alcune realtà italiane, sicuramente vi dicono qualcosa.
Sono occasioni, queste, per indebitarsi malamente, ma si torna a casa felicissimi, soprattutto perché c’è anche la possibilità di incontrare il nostro illustratore del cuore (che è, alla fine, il vero motivo per cui si sta ore e ore in coda per una dedica disegnata e si fanno chilometri di treno per raggiungere il luogo della rassegna).

Il mese scorso, al Romics, c’era lui, il mio Simon Hanselmann.
Hanselmann, classe 1981, è un interessante ed eccentrico fumettista originario della Tasmania che ha avuto successo con i webcomic sfruttando canali quali Tumblr, Instagram, VICE, Twitter.
Vincitore del Premio alla migliore serie al Festival International de la bande dessinée d’Angoulême 2018, l’artista si autoproduce, perlopiù, anche se la serie a fumetti di cui vi parlo oggi, Megahex, è stata pubblicata dalla Fantagraphics Books, nel 2014, ed edita in Italia da Coconino Press, nel 2015.

Megahex è una raccolta di storie brevi ed esilaranti che ha conquistato il pubblico americano e poi quello internazionale, e che vede come protagonisti dei singolari soggetti.
Scopriamone di più.

A Khatmandu non sei più lì

Tre sono i personaggi che popolano principalmente le pagine di Megahex: Megg, una strega teenager, depressa e apatica; Mogg, gatto parlante e compagno di Megg; Gufo, un gufo antropomorfo.

I tre condividono un appartamento. Più di tutto, condividono il divano, come nelle migliori sitcom. Ed è proprio il divano a diventare il punto focale dal quale si snodano le vicende, proponendo uno stile di vita al limite dello sbandato del nostro terzetto stranamente assortito. Sì, perché Megg, Mogg e Gufo fumano dalla mattina alla sera, come se non ci fosse un domani, e gli effetti influenzano inevitabilmente le loro esistenze e azioni.

Dunque, le loro giornate trascorrono solitamente così, sdraiati sul divano a stordirsi, tra sconclusionate discussioni sul senso della vita, la politica, il sesso e le star della TV.
Tre personaggi, insomma, senza particolari capacità, obiettivi o ideali, senza un preciso spazio nel quale vivere, uniti tra di loro dalla noia e dall’apatia. Una dimensione dove niente è ciò che emerge dalle pagine di Megahex. Si vive giorno per giorno, senza fare programmi, perché il futuro non è certo affare loro, senza impegnarsi nemmeno a costruirsene uno, come se il destino fosse ineluttabile.
Sullo sfondo di una svogliata, anonima e avvilente ambientazione di periferia, incapace di trasmettere aspettative, la spinta iniziale delle loro vicissitudini è proprio la fuga dalla noia e la costante ricerca dello sballo, sia esso per fumo, alcool o altro.

Qualche volta, per tirarsi un po’ su, Megg e i suoi amici danno feste rocambolesche, oppure escono di casa in cerca di qualche espediente per tirare a campare, ma non possono certo astenersi dal cacciarsi nei pasticci. Il povero Gufo, poi, è sempre vittima di scherzi, anche molto spietati, tanto da arrivare a sabotare appuntamenti galanti o, addirittura, il giorno del compleanno del pennuto.
Può capitare che facciano loro visita individui altrettanto bizzarri, come Lupo Mannaro Jones, campione di autolesionismo, la cui vita è un vero disastro, sempre pronto alle peggiori esibizioni pur di attirare l’attenzione; lo gnomo Jack; Booger, una trans; Mike il mago; Robot.

A Khatmandu c’è anche il gurù

La linea di Megahex richiama i classici stoner del cinema comico, dove lo humour demenziale nasce dall’uso smodato di droghe, ma i protagonisti di Hanselmann si spingono oltre i confini del genere. La loro passività e inettitudine, i loro tentativi di fare i conti con depressione, fumo, tossicodipendenza, sessualità, povertà, mancanza di lavoro e di ambizioni li hanno resi personaggi complessi, con un crescente lato tragico, e adorati dal pubblico.

Lo stile di disegno si divide tra il reale e l’onirico, dove le figure sono disegnate con fattezze non troppo chiare. Il tratto sembra, infatti, quasi infantile, grezzo, sgangherato ma pulito, e senza prospettiva. Al contempo, il risultato è coloratissimo, divertente quanto amaro, poco educativo e con picchi di violenza inaudita.
Anche l’universo circostante i personaggi è tratteggiato volutamente in maniera approssimativa e qualsiasi figura autoritaria (dalla famiglia alle forze dell’ordine) è totalmente assente o ritratta in maniera ridicola. Il concetto di slapstick viene esasperato, sopratutto con le gag di Lupo Mannaro Jones.
Hanselmann riesce a delineare dei personaggi profondamente caratterizzati, in cui cogliere, dietro una maschera di occhi arrossati e risate indecorose, un malessere profondo che sfocia nel più totale nichilismo.

Le storielle variano da una sola tavola fino a una decina, con un layout che segue per la quasi totalità un classico 4×3 di vignette.
Megahex sembra un ibrido tra un lavoro di Jesse Jacobs, prodotti di animazione come Beavis and Butt-Head e Daria, e serie TV come Peep Show e Nathan Barley.

A Khatmandu non dormi più

Megahex è una serie decisamente autobiografica in quanto si basa principalmente sulle esperienze e sugli amici di Hanselmann. Come ha dichiarato l’autore stesso, si tratta di una rielaborazione del ricordo di tutte le persone orribili che ha conosciuto nella sua vita.
Per Megg, Mogg e Gufo, Hanselmann trae ispirazione da un libro per bambini degli anni ’70, Meg and Mog, molto popolare in Australia. Ma Megahex non deve essere visto come una parodia di quella lettura: semplicemente, i personaggi hanno nomi simili e, come quelli, sono una strega, un gatto e un gufo in versione cinica, depressa e cattiva.

Nei personaggi veri e nella semplicità con la quale alcuni temi sono stati affrontati, è da ricercare la chiave del successo che il fumetto ha riscosso. Altra motivazione è difficile da individuare, anche perché la trama in sé è trash e vuota.
Megg & company sono surreali e autodistruttivi. Come in una canzone di Morrissey, fumano, bevono, si drogano, fanno sesso, si deprimono, si insultano, si incasinano, cercano lavoro, perché, come ha affermato Hanselmann: “alla fine, io parlo della gente che ho conosciuto, della squallida e schifosa vita vera, con tossici, alcolizzati… La vita vera! Non mi interessa addolcire nulla, non amo le cose carine. Perché la vita non è carina, la vita è crudele e dura.”.

Megahex offre anche lo spunto per riflettere sulle responsabilità della società intera, incapace di creare una condizione che offra prospettive differenti ai giovani e che abbandona a un futuro incerto proprio i più deboli e vulnerabili. I protagonisti sono, infatti, giovani adulti senza stimoli, sogni particolari o ideologie, qualcosa in cui confidare, che li spinga ad alzarsi la mattina e a darsi da fare. Arrivano a rassegnarsi molto passivamente, invece di ribellarsi e cercare di ribaltare la sorte. Né più, né meno.

Hanselmann è eccentrico anche nel modo di apparire in pubblico: in passato, aveva l’abitudine di vestirsi da donna, pratica che ha un po’ accantonato perché troppo impegnativa per le trasferte e potenzialmente imbarazzante in caso di controllo valigie in aeroporto. Come più volte dichiarato, il fumettista ha sempre desiderato essere una ragazza, essendo da sempre un po’ confuso riguardo alla sua sessualità e al suo genere.

L’ambizione di Hanselmann è quella di diventare come i fratelli Hernandez: poter fare una sorta di Love and Rockets, con i personaggi che si evolvono nei decenni, che cambiano col tempo. Del resto, l’autore stesso è mutato rispetto a quando ha cominciato a disegnare queste storie, sentendosi oggi molto più simile al personaggio di Gufo, a differenza di quando si identificava in Megg.

Vi lascio con una bellissima e recente intervista ad Hanselmann, qui.

Annamaria Marraffa

Hai presente quelle tipe total black, dai capelli rossi? Bene.
Poi immaginami estasiata tra dischi, fumetti, film, serie TV, libri, violoncelli.
Anna, dal 1982, tra citazioni e suoni.
Ti farò compagnia, tra una tavola di Magnus e una canzone di Fiumani.
Se vuoi contattarmi, scrivi a a.marraffa@inchiostrovirtuale.it

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