Là dove c’era l’erba (nel tennis)

L’erba, la superficie sulla quale il tennis ha visto i propri albori, è oggi nettamente meno presente di terra battuta e cemento nel calendario dell’ATP. Vediamo qual è stato il suo ruolo nel tennis e quale potrebbe essere in futuro.

In un precedente articolo è stata fatta una digressione sugli “antenati” del tennis, indicando soprattutto nella pallacorda il diretto antesignano del tennis così come lo conosciamo. Se però dovessimo descrivere gli esordi del tennis moderno, oltre al tratto distintivo delle racchette di legno, oggi sostituite da strumenti più leggeri che permettono di generare colpi più potenti, bisogna evidenziare come la disciplina sia nata sull’erba.

First Wimbledon

Questa superficie è stata per circa un secolo la grande protagonista del tennis moderno.

Prendendo come riferimento la prima edizione di Wimbledon (1877), possiamo dire che fino agli anni Settanta del Novecento l’erba sia stata la superficie di riferimento, sulla quale si svolgevano tre prove su quattro del Grande Slam, col solo Roland Garros a distinguersi con la sua lentissima terra battuta. Tuttavia, proprio negli anni appena indicati, è iniziato il suo declino nel calendario del circuito.

L’inizio di questo processo di cementificazione tennistico lo possiamo individuare con la scelta degli US Open di abbandonare l’erba, per passare alla terra battuta americana prima (1974) e al cemento poi (1978).

Har-Tru US Open

La terra battuta americana (nota come Har-Tru) si distingue dalla terra battuta “classica” sia per il suo colore verde che per la maggiore velocità che imprime alla palla

Ad una decisione simile giungerà qualche anno dopo anche l’Australian Open che, nel 1988, abbandonerà l’erba per una superficie sintetica nota come Rebound Ace, sostituita solo nel 2008 dal Plexicushion, altra superficie sintetica ma più lenta della precedente (sulla quale torneremo più in là). Il cambiamento è piuttosto forte: il dominio dell’erba nei tornei del Grande Slam si è concluso, con il solo tradizionalismo di Wimbledon a preservare la vecchia superficie verde.

Il motivo di questa scelta, condivisa da un altissimo numero di tornei, non è tanto per avere ripercussioni tecnico-tattiche sul gioco, quanto piuttosto per meri motivi logistici ed economici: la manutenzione di un campo in erba è particolarmente esosa rispetto a quella di un campo sintetico. I primi “tappetoni” che sostituiscono l’erba sono estremamente veloci, favorendo anch’essi i giocatori offensivi e potenti. Negli anni Novanta il cemento ed il sintetico hanno definitivamente invaso il circuito, diventando le superfici più presenti nel calendario della stagione tennistica.

Il momento peggiore per l’erba, tuttavia, non era ancora arrivato.

Nel 2001, infatti, un evento segna definitivamente il futuro della superficie verde: il torneo di Wimbledon decide di dare una wild card per partecipare alla competizione al tennista Goran Ivanisevic. Per chi non lo conoscesse, il croato è stato un giocatore il cui servizio potente (avvantaggiato inoltre dall’essere mancino) e la propensione offensiva gli hanno permesso di essere uno dei grandi protagonisti di Wimbledon negli anni Novanta. Goran infatti riuscì addirittura a centrare tre finali, perdendole tutte, la prima con Agassi e le altre contro il padrone di Wimbledon di quegli anni, ovvero Pete Sampras.

Le immagini della premiazione di Wimbledon 1998 mostrano il morale devastato di Ivanisevic dopo l’ennesima finale persa (la terza) e l’ennesima sconfitta per mano di Sampras. La sua espressione è quella di chi è convinto di aver perso l’ultimo treno.


Dopo la finale del 1998 la carriera di Ivanisevic sembra aver offerto il meglio. Nel 2001 Goran, complici alcuni infortuni, si ritrova ad essere il numero 125 della classifica mondiale, non sufficiente per partecipare a Wimbledon. Gli organizzatori del torneo decidono quindi di offrire una wild card al croato, in virtù del suo nobile passato sui campi di Church Road. Mai scelta si rivelò più indovinata: Ivanisevic riuscirà a vincere il torneo, consegnando al torneo una delle storie più belle scritte su un campo da tennis.


A questo punto il lettore si starà domandando cosa c’entri questo con l’erba.

Ebbene, la vittoria di Ivanisevic allerta gli organizzatori di Wimbledon: se ha vinto un giocatore in declino, principalmente per la potenza del suo servizio, è possibile che il torneo stia diventando più simile ad una competizione di tiro al piattello piuttosto che ad una di tennis? Può diventare così monocorde il gioco? Grossomodo ed in maniera superficiale, il ragionamento fu questo. Perciò dall’anno successivo viene cambiata la semina dei campi, col risultato di rallentarli sensibilmente. Il risultato fu immediato: la finale del 2002 vede protagonisti Lleyton Hewitt e David Nalbandian, due giocatori particolarmente affezionati alla linea di fondo. Oggi questa finale viene ricordata da molti (in maniera anche un po’ ingenerosa) come la peggiore dei Championships.

Si demonizza così tanto la finale che questo è il contributo più grande che potrete trovare su YouTube della partita.

Nonostante la finale dell’edizione successiva fra Federer e Philippousis (primo successo Slam dell’elvetico) sia caratterizzata da un gioco ricco di serve&volley, il rallentamento della superficie ha ormai cambiato la storia del torneo e, sempre più di frequente, giocatori poco offensivi arriveranno a giocarsi – ed anche aggiudicarsi – il torneo. Il rallentamento dell’erba (ribattezzata da Gianni Clerici “erba battuta”) rientra in quel programma di omologazioni delle superfici del circuito che l’ATP ha posto in essere; contestualmente, infatti, è diminuita anche la velocità dei campi sintetici ed in cemento.

La stagione sull’erba resta confinata nel mese che va dalla finale del Roland Garros a quella di Wimbledon, salvo pochissimi tornei su erba che si giocano al di fuori di questa finestra temporale; merita a tal proposito una menzione l’affascinante torneo di Newport, che oltre ad avere una cornice suggestiva, è la sede dell’International Tennis Hall of Fame. Non fosse per il cocciuto tradizionalismo degli inglesi (a volte nocivo, in questo caso no), dunque, i campi in erba potrebbero essere già reperti da museo.


Passiamo, quindi, alla situazione attuale.

Per farlo, come si sarà capito, bisognerà anche contestualizzarla in quelle che sono le attuali esigenze dell’ATP. La prima considerazione da fare è che l’erba, attualmente, vuoi per il suo essere associata a Wimbledon, vuoi per la sua eccezionalità nel calendario tennistico che abbiamo appena evidenziato, ha mantenuto un fascino enorme. Nonostante i pochi tornei, un futuro senza questa superficie, che non tutti riescono a padroneggiare, sembra impossibile.

Non solo: il tennis sta attraversando un momento di grande innovazione.

Se il rallentamento dei campi dello scorso decennio serviva a non rendere il tennis un tiro al piccione, disincentivando tuttavia le sortite a rete, adesso alcuni sembrano in parte pentiti di questa scelta, tanto che alcuni tornei hanno velocizzato i campi, pur non raggiungendo i picchi di velocità degli anni Novanta.

Indice velocità campi

Rispetto al passato la velocità dei campi è più varia ed ha anche picchi notevoli, fra tutti il Plexicushion dell’Australian Open (AO). Notare che la velocità massima rilevata viene catalogata come “medio-veloce”, essendo scomparse le superfici ultra-veloci degli anni Novanta. Con le racchette attuali sarebbe veramente alto il rischio di vedere partite simili al tiro al piccione. Si è preferito non fermare l’evoluzione dei materiali e di bilanciarla con la minor velocità delle superfici.

Il primo motivo che viene in mente è che i campi troppo lenti non favoriscono un gioco più spumeggiante e sicuramente questo ragionamento è stato preso in considerazione da coloro che stanno parzialmente correggendo il tiro rispetto ad una decina di anni fa. Il motivo principale, tuttavia, riguarda altre esigenze: il tennis infatti sta cercando di “vendersi meglio” e diventare più televisivo, elementi che contrastano con la lunghezza di alcuni match. Come collocare in un palinsesto televisivo ben dettagliato una partita che può durare tanto un paio d’ore quanto cinque? Una parziale velocizzazione delle superfici, quindi, con una rivalutazione di un’erba un po’ più veloce, è un primo passo in questa direzione, seppur si stiano sperimentando nuove regole che accorcerebbero drasticamente i tempi di gioco, ma la maggior parte delle quali – a parere di chi scrive – stravolgerebbe il tennis stesso.

Inoltre, negli ultimi due anni, il numero di infortuni è drasticamente aumentato e alcuni giocatori hanno indicato la durezza dei campi fra le cause principali. A tal proposito bisogna dire che un certo numero di questi infortuni riguardano le braccia ed è difficile trovare un nesso con la durezza del cemento come per un problema alla schiena o al ginocchio. Un incremento dei tornei su terra ed erba viene vista come una soluzione almeno parziale del problema, insieme ad una riduzione della lunghezza del calendario.

Tuttavia, vanno registrate le parole di Pierre Paganini, storico preparatore atletico di Federer che, parlando del suo assistito, ha detto:

Il vantaggio per le articolazioni quando si gioca su terra battuta è che lo shock è minore a causa dello ‘scivolare’, mentre sui campi in cemento lo shock è maggiore. Ma il vantaggio sul duro è che lo shock è breve: è una botta e il piede si stacca subito dal suolo, e un giocatore coordinato quanto un ballerino come è Federer schiaccia le sue articolazioni un po’ meno in quel preciso istante. Al contrario, lo svantaggio con lo ‘scivolare’ su terra battuta è che nelle articolazioni si genera molta vibrazione. Non lo si può vedere dall’esterno, ma per controllare le scivolate si genera una instabilità nel ginocchio, nel piede, nella caviglia. E in alcuni casi questo può essere pericoloso.”

Una visione che, per quanto volta a spiegare e giustificare la scelta di Federer di saltare la stagione sulla terra, deve essere presa in considerazione. Aggiungiamo inoltre che per giocare sull’erba bisogna piegarsi molto di più sulle ginocchia, a causa del rimbalzo basso che il manto erboso dà, richiedendo dunque un certo sforzo.


Tirando le somme l’erba resterà sicuramente un riferimento nel mondo del tennis e chissà che non veda una piccola crescita nel calendario ATP, più che quantitativa anche qualitativa, dal momento che mancano tornei Masters 1000 (che assegnano, appunto, 1000 punti al vincitore) su questa superficie. La nuova brama di velocizzare il gioco e le superfici potrebbe spingere il tennis in questa direzione.

Laureato in Giurisprudenza ed iscritto all’ordine dei pubblicisti. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d’attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell’anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it

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