Glifosato: facciamo il punto della situazione!

Il 27 novembre 2017, il Comitato d’Appello dell’UE ha rinnovato l’autorizzazione del glifosato per cinque anni, dopo una rivalutazione sulla sicurezza iniziata nel 2012 e prorogata al 31 dicembre 2017, per via di alcune divergenze tra la IARC di Lione e l’EFSA.

Se da una parte, infatti, la IARC ha inserito il glifosato nel gruppo delle sostanze probabilmente cancerogene, dall’altra l’EFSA lo ha scagionato. Prima di scendere nei dettagli, tuttavia, ci sembra doveroso aprire una piccola parentesi, per chi non conoscesse il protagonista del nostro articolo.

Cos’è il glifosato?

Si tratta del diserbante brevettato dalla Monsanto Company nel 1974 e diventato di libera produzione nel 2001, con la scadenza del brevetto. L’elevata efficacia e la sua economicità hanno fatto si che il glifosato diventasse, dal momento della sua introduzione, il prodotto per eliminare le erbacce più diffuso al mondo. Pensate che, ad oggi, ne sono state spruzzate 9 milioni e mezzo di tonnellate!

Ma come agisce questa sostanza?

Dal momento in cui viene spruzzato, il glifosato viene assorbito dalle foglie nel giro di 5-6 ore e, grazie al tessuto di conduzione della linfa, raggiunge qualsiasi punto della pianta, che muore nel giro di due settimane. L’erbicida, in particolare, agisce inibendo l’EPSPS, un enzima necessario per produrre gli aminoacidi fenilalanina, tirosina e triptofano. Venendo a mancare questi ultimi, indispensabili per la sopravvivenza della pianta, ecco che quest’ultima muore. 

Quali sono i suoi impieghi? E come si usa?

Il glifosato viene ampiamente usato in agricoltura e nella manutenzione del verde urbano. Per via del suo meccanismo d’azione, tuttavia, il glifosato uccide tutte le piante, anche quelle desiderate, perciò in Italia viene spruzzato prima della semina. In America, invece, dove viene concessa la coltivazione di OGM resistenti come soia, colza e mais, il diserbante viene spruzzato anche durante la crescita delle colture, in modo che si sviluppino in maniera uniforme. 

Fatta questa premessa, dunque, torniamo a noi. Dopo aver bocciato la richiesta di rinnovo per dieci anni, un mese prima, i 28 Stati Membri hanno espresso il loro voto per rinnovarlo a cinque anni: 18 si sono dichiarati favorevoli, 1 si è astenuto e 9 hanno votato contro. Mantenendo le sue promesse l’Italia era tra questi ultimi, nonostante l’assoluzione quasi unanime del glifosato, da parte delle agenzie di controllo.

Il glifosato, dunque, si potrà vendere e utilizzare fino al 2022.

D’altronde l’UE, sebbene ne abbia rinnovato l’autorizzazione, tiene conto del parere scientifico della IARC, adottando il cosiddetto principio di precauzione: non ne vieta l’uso, per evitare ripercussioni negative sulla produzione agricola, ma predispone delle misure cautelari in attesa di nuovi dati sulla sicurezza. Da notare, tuttavia, che in alcuni Paesi queste misure erano già state adottate.

Dal 22 agosto 2016, ad esempio, in Italia è vietato l’uso del glifosato in aree molto frequentate, come parchi, giardinetti, campi sportivi, scuole e strutture sanitarie (Decreto del 09/08/2016). Col Decreto del 06/09/2016, inoltre, sono stati revocati l’uso e la vendita dei prodotti contenenti il glifosato e l’ammina di sego polietossilata, un’associazione alla quale l’EFSA attribuisce tossicità.
Come potevasi immaginare, tuttavia, la decisione dell’UE ha sollevato numerose polemiche.

Polemiche che si sono sommate a quelle pregresse. Come quella scatenata dalle inchieste de La Stampa e The Guardian, che hanno accusato l’EFSA di aver copiato le pagine relative agli effetti sulla salute, dal dossier di Monsanto. Una polemica che lascia il tempo che trova, visto che, la valutazione e il rinnovo dei pesticidi nell’UE, iniziano sempre dal dossier presentato dall’azienda allo Stato Membro Relatore (SMR), come previsto dalla normativa comunitaria. E quest’ultimo, qualora approvi determinate questioni, può incorporare il testo nella bozza da sottoporre all’EFSA e agli Stati Membri (Revisione Paritetica). 


Per maggiori informazioni sulla valutazione dei pesticidi nell’UE, cliccate qui e qui.


Per non parlare, poi, di quella insorta per il possibile conflitto d’interessi della Germania nella questione. C’è chi sostiene, infatti, che quest’ultima avrebbe cambiato il voto da astenuto a favorevole, a causa delle trattative di fusione tra Bayer e Monsanto (congelate, nel frattempo, dalla Commissione Europea). Fatto che getta un’ombra sull’operato della Germania in quanto Stato Membro Relatore, visto che è proprio il Paese della Merkel ad aver predisposto la bozza di revisione per il rinnovo.

O ancora, quella scatenata da una nota trasmissione televisiva (la stessa che ha fatto disinformazione sui vaccini contro l’HPV) a proposito dei residui di glifosato nella pasta italiana.

Una polemica nata da un servizio il cui vero obiettivo era quello di fare audience.

Lo stesso conduttore, infatti, ha lanciato il sasso:

Abbiamo fatto analizzare 6 marchi di pasta, quelli più venduti, quelli che mangiamo di più e tracce di glifosato le abbiamo trovate in tutte e 6″.

Per poi ritirare la mano:

Lo diciamo subito, ampiamente sotto i limiti di legge che in Italia sono fissati in 10mg/kg per quello che riguarda il grano”. 

Trattandosi di quantità ampiamente sotto i limiti di legge, dunque, di cosa stiamo parlando? Perché fare un’inchiesta se, per superare tali limiti, dovremmo mangiare dai 100 ai 600kg di pasta al giorno, come affermato durante la puntata? Perché alimentare la paura degli spettatori con un filmato che, oltre a non dire alcunché di nuovo sul glifosato, sembra un pretesto per polemizzare sull’impiego di grano estero nei pastifici italiani? Paura mista a rabbia, aggiungeremmo, come emerge dai commenti su Facebook.


Come possiamo vedere, dunque, quella sul glifosato rappresenta una questione molto controversa. E il fatto che la IARC l’abbia inserito tra i probabili cancerogeni complica, e non di poco, la situazione.

Ma il glifosato, quindi, è cancerogeno o no?

Abbiamo visto, infatti, che i pareri scientifici di IARC ed EFSA non coincidono. La prima afferma che il glifosato è probabilmente cancerogeno, la seconda che è improbabile lo sia. Conclusione, quest’ultima, alla quale sono giunte anche l’ECHA, la FAO/OMS e altre agenzie extraeuropee.

Ma a cosa sono dovute queste divergenze?

Semplicemente alla letteratura esaminata dalle due autorità. Mentre la IARC, infatti, ha visionato solo gli studi pubblicati nelle riviste scientifiche, l’EFSA, invece, ha esaminato anche gli studi presenti nel dossier di Monsanto. E ricordiamo, a scanso d’equivoci, che è quanto previsto dalla normativa comunitaria.

Secondo il Regolamento (CE) 1107/2009, infatti, all’azienda spetta l’onere della prova sulla sicurezza, cioè deve dimostrare – attraverso studi eseguiti da laboratori di ricerca indipendenti e certificati – che la sua molecola è sicura. I dati, quindi, devono comparire nel dossier che consegnerà allo SMR, il quale scriverà la bozza di valutazione da sottoporre all’EFSA e agli Stati Membri per la disamina.

Si tratta, quindi, di una differenza procedurale. Differenza su cui fanno leva gli oppositori, che giudicano di parte la disamina dell’EFSA e imparziale quella di IARC. Peccato che buona parte di essi, per ignoranza o malafede, interpreti male il parere di quest’ultima. E ora vi diciamo il perché!

Il parere della IARC sul glifosato

Abbiamo detto più volte che, per l’agenzia di Lione, il glifosato è probabilmente cancerogeno. Ma cosa significa? Per capirlo dovremmo dare un’occhiata all’infografica, che rappresenta la classificazione dei cancerogeni secondo la IARC. Quest’ultima, in particolare, suddivide le sostanze in cinque gruppi:

  • cancerogene (gruppo 1) come l’alcol;
  • probabilmente cancerogene (gruppo 2A) come le carni rosse;
  • possibilmente cancerogene (gruppo 2B) come il caffè;
  • non classificabili come cancerogene (gruppo 3) come il ;
  • probabilmente non cancerogene (gruppo 4) come il caprolattame (dal quale si produce il nylon).
Glifosato - Classificazione IARC - Compound Interest

Classificazione della IARC. Il glifosato è stato inserito tra le sostanze probabilmente cancerogene (2A), perché le evidenze sono sufficienti negli animali ma scarse nell’uomo. Credits: Compound Interest.

Ebbene, nonostante sia assente nell’infografica, il glifosato si trova in 2A, perché la IARC non ha trovato evidenze sufficienti che ne dimostrino la cancerogenicità nell’uomo. Gli studi epidemiologici, infatti, oltre a essere pochi coinvolgono persone a rischio come gli agricoltori, che – per via del loro lavoro – si trovano esposti a dosi massicce di diserbante per lunghi periodi di tempo.

La popolazione generale, tuttavia, non è esposta alle stesse dosi degli addetti ai lavori.

Ed eccoci al limite della classificazione IARC, che tiene conto della forza delle evidenze, senza, tuttavia, quantificare il rischio concreto. E il rischio (cioè la probabilità che si verifichi un evento, nella fattispecie la cancerogenesi) è strettamente legato alle dosi di esposizione, che per il glifosato sono piccolissime. Per ridurre ulteriormente il rischio, infatti, l’EFSA ne ha determinato il Livello Massimo di Residuo (LMR), in base ai dati tossicologici, al contenuto prevedibile negli alimenti e alle abitudini di consumo nell’UE.

Il LMR, definito come la più alta percentuale di sostanza ammessa nei mangimi e negli alimenti, viene calcolato tenendo conto della Dose Acuta di Riferimento (DAR), fissata a 0,5mg di glifosato per kg di peso corporeo. Ciò significa che, una persona di 70kg, può assumere fino a 35mg di glifosato in un breve lasso di tempo (un pasto o un giorno) senza che ciò comporti alcun rischio per la salute.

Il fatto che nella pasta (così come nella birra e in altri alimenti) si trovino tracce di glifosato, quindi, non dovrebbe destare preoccupazione, perché si tratta di quantità nettamente inferiori al LMR. Senza poi contare che noi, ogni giorno, mangiamo alimenti probabilmente cancerogeni secondo la IARC, ma non per questo ci ammaliamo di tumore!

Volete qualche esempio? 
  • Alimenti fritti, cotti alla piastra o al forno, contenenti acrilammide (di cui abbiamo fatto cenno qui).
  • Alimenti contenenti nitrati e nitriti, usati come conservanti, quali: vino rosso, salumi e insaccati.
  • Bevande con temperature superiori ai 65°C.
  • Carni rosse, soprattutto se cotte alla piastra o trasformate.

Arrivati a questo punto, tuttavia, una domanda sorge spontanea.

Perché non ritirare il glifosato dall’UE?

Le autorità scientifiche sono divise, 9 Stati Membri non lo vogliono così come le coalizioni di cittadini, che si battono per il suo ritiro. Non basterebbe levarlo e basta? Perché continuare ad “avvelenarci” (ebbene si, sul Web si dice pure questo! N.d.A.)?

Che ci piaccia o no, la verità è che al momento non possiamo farne a meno!

Per sostituirlo, infatti, dovremmo disporre di tecniche agricole o prodotti fitosanitari più sicuri ma, allo stesso tempo, altrettanto efficaci. E se sulla sicurezza del glifosato persistono dei dubbi, non si può dire altrettanto sull’efficacia. Grazie al suo meccanismo d’azione, infatti, il glifosato elimina tutte le piante infestanti – a concentrazioni inferiori rispetto ad altri erbicidi – aumentando la resa agricola a fronte di un risparmio per l’agricoltore, in termini di fatica, tempo e denaro.

Ragionando in tal senso, dunque, la decisione dell’UE non avrebbe potuto essere più ponderata.

Questo, tuttavia, non significa che la ricerca sul glifosato debba fermarsi, anzi! Ci auspichiamo che questi cinque anni possano servire, alle autorità competenti, per fare chiarezza sulle questioni più controverse.

E con questo è tutto, cari lettori. Se l’articolo vi è piaciuto, consigliatene la lettura. Alla prossima!

Bibliografia e sitografia

Classe 1987. Laureata in Farmacia presso l’Università di Cagliari, ho tramutato la mia passione per le piante officinali, e molto altro ancora, in lavoro. Insieme a Virginia Taddei e Annalisa Ardesi, sono fondatrice di Inchiostro Virtuale, attraverso il quale spero di coinvolgervi nelle tematiche a me più care, quelle inerenti alla salute e al benessere. Adoro i gatti, i romanzi di Dumas e Resident Evil. Per contattarmi mandate una mail a j.zanza@inchiostrovirtuale.it

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