Giro d’Italia, giro la faccia di là

Com’è noto, quest’anno il Giro d’Italia è partito da Israele.

Al di là delle riflessioni circa la bontà di far partire il Giro al di fuori degli italici confini, non molto spazio è stato dedicato all’immanente questione palestinese. Questo piccolo spazio parlerà di questo.


Nel corso degli anni il ciclismo è stato attraversato da una serie di scandali che ne hanno ridimensionato il fascino: il primo che viene in mente è quello del doping, ma anche il più recente scandalo dei motorini inseriti all’interno delle biciclette ha seriamente minato la bontà dello sport a due ruote. Ciononostante la bellezza delle grandi corse è riuscita a sopravvivere anche laddove l’appeal dello sport stesso si è affievolito. Non deve stupire allora la grande attesa che ogni anno si genera attorno al Giro d’Italia, la gara-simbolo del ciclismo italiano, giunta ormai alla sua 101esima edizione, che proprio in questi giorni si sta svolgendo per le strade di tutto lo Stivale.

Eppure quest’anno il Giro non ha solcato solamente la nostra penisola ma, circostanza nota, è partito dallo Stato di Israele, prima di tornare all’interno degli italici confini dopo tre tappe. Personalmente ho letto parecchie discussioni inerenti alla scelta di far partire il Giro fuori dall’Italia (non è la prima volta che accade, fra l’altro). Per quel che conta, a mio modesto avviso, non è una grandissima idea far iniziare una corsa, il cui nome dichiara apertamente l’attraversamento di una determinata Nazione, al di fuori di questa Nazione; potremmo tuttavia vederlo come un prologo alla competizione, un’introduzione che precede l’inizio vero e proprio della competizione, e l’idea potrebbe anche non essere meno malvagia di quanto prospettato. Tuttavia, il vero grande quesito che sulle principali testate non è comparso e che la maggior parte del pubblico non si è posto è:

Perché Israele?

Ovviamente non parlo della ragione ufficiale indicata per motivare tale scelta, ossia quella di omaggiare il grandissimo Gino Bartali, splendido ciclista ed eroico uomo che in vita ha salvato un numero enorme di ebrei, meritandosi un posto nel Giardino dei Giusti, riconoscimento questo seguito da un altro recentissimo attestato quale l’assegnazione della cittadinanza israeliana onoraria postuma. Certamente – se ci è permessa una piccola osservazione – appare strano che in un Giro così attento a celebrare Bartali manchino tappe che attraversino le città di Gino, su tutte il suo paese nativo, Ponte a Ema, ma la grande stampa ci insegna che è meglio non farsi troppe domande, ché spesso si finisce per diventare paranoici complottisti. Andiamo oltre.

La domanda che mi sono posto ha tutt’altra sfumatura: perché scegliere come passerella il paese protagonista dell’attuale strage palestinese? Per carità, la questione palestinese è sicuramente articolata e complessa e ha visto condotte censurabili anche della Palestina, ma nessuna persona che abbia minimamente a cuore l’onestà intellettuale può negare che le azioni portate avanti da Israele da decenni ormai violino in maniera evidente il diritto internazionale, in particolare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Per trovare un esempio di tali violazioni basti pensare alla giornata di ieri (14 maggio, ndr), nella quale sono stati uccisi, secondo il Ministero della Sanità di Gaza, 55 palestinesi, di cui otto infrasedicenni, senza contare gli oltre 2400 feriti.

Strage questa che aveva lo scopo di reprimere le proteste contro la decisione del semprearancio Donald Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconosciuta quale capitale unica ed indivisibile di Israele. Questo passaggio è ufficialmente avvenuto proprio ieri, nella data in cui gli israeliani festeggiano la nascita del proprio Stato, mentre oggi (15 maggio, ndr) i palestinesi ricordano la Nakba, la “catastrofe”, l’esodo dai propri territori che simboleggia l’inizio dell’infinito conflitto israelo-palestinese. Non importa se la risoluzione ONU 181 del 1947 stabilisca che Gerusalemme sia la capitale condivisa di Palestina e Israele, gli Stati Uniti hanno preso questa decisione perché hanno a cuore la pace e quindi non c’è motivo di dubitare della bontà di questa scelta.

Palestina-Israele

Per amore della pace anche questa erosione della Palestina è apparsa una scelta giusta

Tuttavia, concentrandomi troppo sulle atrocità del conflitto filo-palestinese, non riuscirei a parlare dell’aspetto che maggiormente mi interessa, ossia la totale omissione della questione palestinese dalle cronache del “Giro d’Israele”.

La stampa ha esaltato le bellezze della Nazione e la sua organizzazione (senza dubbio buone) ma non ho letto su nessuna testata di mediaticamente rilevante mettere in discussione l’opportunità di iniziare il Giro in un contesto del genere. Ho letto invece elogi a come Israele sia apparsa molto europea nel corso della manifestazione, cosa che, alla luce di quanto appena detto, mi fa pensare di aver equivocato il concetto di Europa per come l’ho sempre inteso o forse sognato. Questa grande pubblicità (non gratuita, visto quanto è costato agli israeliani far partire il Giro dal loro Stato) ha totalmente soppiantato qualunque discussione di carattere politico e sociale. D’altronde far coincidere lo sport con la mera performance atletica, tenendo fuori proprio fattori politici, etici e sociali, sembra essere l’ultima vile frontiera del giornalismo sportivo.

Peccato poi che lo sport non sia mai stato limitato alla semplice competizione, altrimenti in pochi ricorderebbero Jesse Owens.

Si poteva scegliere di non ammiccare ad Israele per mere ragioni di convenienza politica ed economica, invece si è deciso di essere suo partner e di assecondarne qualunque richiesta, compresa quella di rimuovere la dicitura “Gerusalemme Ovest” dalle mappe del Giro, così invisa agli israeliani, pena altrimenti il ritiro delle laute sponsorizzazioni promesse. Che poi, come detto, Gerusalemme è una ed indivisibile, parlare di una fantomatica Gerusalemme Ovest sarebbe stata una bambinata in effetti.

Non ci si è neanche spesi per un generico augurio di pace, come se non vi fosse alcun conflitto. Probabilmente nel pacchetto delle sponsorizzazioni la guerra non era compresa, altrimenti sarebbe toccato parlare di morti e probabilmente lo share sarebbe crollato; si sa che ormai i morti tirino solo da Barbara D’Urso! Peccato non aver potuto esaltare una delle tante eccellenze israeliane come il suo esercito, senza dubbio efficientissimo nelle sue pacifiche operazioni contro i palestinesi.

Ci si è nascosti dietro la foglia di fico di Bartali – uno che con la sua bici avrebbe salvato senza distinzioni le vittime innocenti del conflitto israelo-palestinese – per celebrare Israele, i suoi settant’anni e la sua nuova scintillante ambasciata americana, come per riabilitare la nazione agli occhi dell’opinione pubblica. Non si chiedeva neanche di prendere una posizione contro Israele, sia chiaro. Si chiedeva semplicemente di raccontare i fatti così come stanno, di scrivere di una strage di innocenti compiuta in nome di una terra promessa.

Strage che siamo sempre pronti a condannare, fino a quando, però, non sia più conveniente il silenzio.

Laureato in Giurisprudenza ed iscritto all’ordine dei pubblicisti. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d’attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell’anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it

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