Figli nella conciliazione famiglia-lavoro. Asilo o nonni?

La prima parte del tema relativo alla conciliazione famiglia-lavoro (la trovate qui) si concentrava sul tempo speso per le attività domestiche all’interno della coppia. In questo articolo, invece, metterò in luce i problemi che sorgono in presenza di uno o più figli.

Si è detto, statistiche alla mano, che la maggior parte delle donne abbandona il mercato del lavoro in concomitanza con la nascita del primo figlio. Questa affermazione necessita, però, di ulteriori approfondimenti. Così posta, infatti, lascerebbe intendere che, a livello di conciliazione, in Italia sia facile e/o scontato fare uno o più figli. In realtà è una delle problematiche principali.

Qualche dato sulla fecondità in Italia

Come spesso accade quando si parla di welfare, i dati statistici rivelano uno scenario sconfortante per il nostro Paese. Nel 2015 in Europa, secondo i dati Eurostat, le donne italiane sono quelle con:

  • l’età media maggiore alla nascita del primo figlio (30,8% contro una media europea di 28,9%);
Età media delle madri alla nascita del primo dei figli

Età media delle madri alla nascita del primo figlio

  • la percentuale minore di neo-mamme under 20 (1,7% contro la media europea del 4,9%);
Percentuale delle madri under 20 alla nascita del primo dei figli

Percentuale di madri under 20 alla nascita del primo figlio

  • la percentuale maggiore di neo-mamme over 40 (6,6% contro la media europea del 3,1%).
Percentuale delle madri over 40 alla nascita del primo dei figli

Percentuale di madri over 40 alla nascita del primo figlio

Come se non bastasse, l’Italia ha uno dei tassi di fecondità più bassi d’Europa (1,35). Tuttavia, almeno in questo caso, il trend negativo è riscontrabile in tutta l’Unione Europea (che ha una media dell’1,55). Nessun Paese, infatti, riesce a raggiungere il tasso di ricambio generazionale (pari a 2,1).

In Italia, quindi, il figlio resta unico nonostante la maggior parte delle donne ne desideri almeno un altro.


Quali sono le cause che portano a questa discrepanza?
  • Ragioni economiche

Queste possono essere spiegate dalla relazione tra fecondità e tasso di occupazione.

Fino a qualche decennio fa, l’aumento dell’occupazione femminile portava alla riduzione del tasso di fecondità. Questo perché, in parole povere, il vantaggio economico portava le donne a concentrarsi sul lavoro piuttosto che sulla maternità.

Oggi però questa relazione non è più negativa. I Paesi con un tasso di occupazione femminile più alto sono gli stessi che hanno un elevato tasso di fecondità. Il motivo, soprattutto in tempo di crisi, è facilmente intuibile. Una donna disoccupata, rispetto a una che lavora, avrà meno disponibilità economiche per coprire le spese derivanti dalla nascita di un figlio.

  • Età

Maggiore sarà l’età della madre, minore sarà la possibilità di avere un secondo figlio. Considerando che le neo-mamme italiane sono mediamente le più vecchie d’Europa, la percentuale di figli unici sarà potenzialmente maggiore.

  • Conciliazione famiglia-lavoro

Come già visto, i problemi sono dovuti al mancato coinvolgimento dei padri nella vita casalinga, che, qualora ci fosse, avrebbe effetti positivi sulla fecondità. Ma il ruolo degli uomini non è sufficiente per spiegare il numero ridotto di figli. Una delle difficoltà maggiori, infatti, è dettata dall’assenza di una copertura adeguata di servizi per l’infanzia, come gli asili nido.


La carenza di asili nido in Italia

Nel marzo 2002, il Consiglio europeo invitò gli Stati membri a garantire, entro il 2010, una copertura di servizi per l’infanzia pari ad almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai tre anni. Questa misura aveva l’obiettivo di rimuovere i disincentivi alla partecipazione femminile.

Anche in questo caso il nostro Paese è fortemente in ritardo. Il rapporto dell’Istituto degli innocenti, ci dice che al 31/12/2014, quattro anni dopo la scadenza, l’Italia è appena al 21,8%. Il dato è ancora più critico se si tiene conto delle forti differenze interne. Si passa dal 27,2% nel Nord-ovest al 10,7% nel Mezzogiorno. Addirittura in Campania e Calabria si supera di poco il 6%.

Per quanto riguarda l’offerta pubblica di asili nido, si avvertono le stesse differenze territoriali. Oltre il 70% dei comuni del Nord sono coperti dal servizio, contro una percentuale inferiore al 35% in quasi tutto il Mezzogiorno. In Calabria la percentuale è inferiore al 10%.

Alla carenza di posti disponibili, si aggiunge il problema delle rette di accesso al servizio troppo care. Per la cura dei propri figli, oltre il 50% delle donne ha optato per soluzioni diverse proprio per questo motivo. Tra l’altro esistono notevoli differenze tra le tariffe medie applicate nelle diverse regioni e all’interno delle stesse, portando ad una situazione che non risponde a logiche di giustizia sociale. Infine, è stata dimostrata una correlazione positiva tra il livello di istruzione dei genitori e il ricorso a queste strutture.


Ma perché gli asili nido sono così importanti?
  • Favoriscono l’occupazione femminile

Le donne avrebbero la possibilità di entrare, o rientrare, nel mercato del lavoro senza particolari disagi per la cura dei propri figli.

  • Migliorano il tasso di fecondità

Data la correlazione positiva con l’occupazione, il tasso di fecondità aumenterebbe di conseguenza, come accaduto ad esempio in Francia.

  • Portano benefici a medio-lungo termine nello sviluppo dei bambini (e indirettamente alla società)

È stato dimostrato che i bambini che frequentano l’asilo nido avranno un rendimento scolastico futuro migliore, rispetto ai coetanei cresciuti diversamente.

  • Possono essere efficaci nella parificazione dei risultati di medio periodo

Un servizio di alta qualità per bambini in età prescolare, azzererebbe, o comunque attenuerebbe fortemente, le differenze di partenza. Così i bambini che provengono da famiglie più svantaggiate (economicamente e/o culturalmente), avrebbero le stesse opportunità dei loro coetanei.


La scelta (purtroppo) obbligata dei nonni

Nel nostro Paese oltre la metà delle donne concilia la cura dei figli e il lavoro attraverso l’aiuto dei nonni. Le cifre la dicono lunga sulla loro importanza: un terzo di essi si occupa dei nipoti quotidianamente, mentre quasi la metà almeno una volta alla settimana. Questa condizione si ripercuote anche sulla scelta abitativa. Escludendo i co-residenti, il 43% dei nonni vive a meno di un chilometro di distanza dal nipote più vicino.

Vediamo però quali sono i vantaggi che porta questa soluzione.

  • Favorisce l’occupazione femminile

Come per gli asili nido, rappresenta una soluzione per favorire la partecipazione al mercato del lavoro.

  • Garantisce un aiuto flessibile

Diversamente dagli asili nido, i nonni non hanno problemi di giorni, di durata o di orari.

  • Può portare effetti positivi a entrambi

I bambini impareranno un maggior numero di parole rispetto ai coetanei che vanno all’asilo. Gli anziani possono mantenere le capacità cognitive anche in età avanzata, grazie alle conseguenti attività fisiche e intellettuali, oltre che allo stimolo dell’uso di nuove tecnologie.


La follia italiana

Le politiche familiste italiane hanno sempre trascurato gli aiuti per le famiglie. Anzi, nel Rapporto Italia 2020, documento congiunto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e del ministero per le Pari opportunità, si diceva esplicitamente che il “patto intergenerazionale” che si voleva promuovere era sostanzialmente quello in cui, per favorire l’occupazione femminile, i nipoti venivano accuditi dai nonni. Dal punto di vista statale, privilegiare questa soluzione ignorando gli asili nido è assolutamente folle.

I motivi sono fin troppo ovvi e banali: i nonni non possono essere dati per scontato.

Le neo-mamme italiane sono le più vecchie d’Europa, perciò anche l’età degli anziani sarà più alta rispetto alle generazioni precedenti. Pensate ad un nonno non più autosufficiente. Non solo non potrà occuparsi dei nipoti, ma anzi, molto probabilmente saranno le figlie ultracinquantenni a doversi occupare di lui. In questo senso lo Stato fa lo stesso ragionamento (folle) per la cura dei figli: deve essere la famiglia a doversi occupare degli anziani non autosufficienti.


Nella peggiore delle ipotesi, i nonni potrebbero non esserci più. Come si può pensare di basare una politica sociale sul caso, in barba alle enormi diseguaglianze che crea?


Ultimamente si sta cercando di aiutare le madri attraverso il cosiddetto bonus bebè. In breve, dico solo che questa misura non risolve i problemi delle famiglie e delle donne in particolare. Non le aiuta a (ri)entrare nel mercato del lavoro, non le aiuta a fare più bambini, non le aiuta a fare a meno dei nonni (per chi ce li ha) per la cura dei figli, non aiuta questi ultimi a colmare le differenze di partenza rispetto alla famiglia di origine.

Tutti aiuti che l’asilo dà.

Questo articolo è tratto dalla mia tesi di Master dal titolo “La problematica conciliazione famiglia-lavoro in Italia”. I dati, dove possibile, sono stati aggiornati a quelli attuali. Se non indicato diversamente, le fonti sono ISTAT ed Eurostat.

Classe 1986. Sono laureato in Scienze dell’Amministrazione e ho conseguito un Master in “Relazioni Industriali nel lavoro privato e pubblico”.
All’università ho scoperto la lingua cinese ed è stato amore a prima vista, tanto che da allora ho continuato a studiarla da autodidatta.
Nel blog, oltre a parlarvi della cultura cinese, cercherò di rendervi più familiare una delle lingue più incomprensibili per antonomasia.
Potete contattarmi scrivendo a: m.bruno@inchiostrovirtuale.it

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