E la chiamano estate: sempre pronti a masticare il mondo

Leggerezza fatta di infradito, pantaloncini e magliette a righe

Hai presente quel posticino in cui ogni estate i tuoi genitori ti portavano per trascorrere le vacanze? Quel campeggio, quella villetta, quell’albergo dove ogni anno rincontravi gli amici del luogo, quelli che ogni anno sembravano più grandi, a volte più simpatici, talvolta sempre antipatici e decisamente cresciuti?
Una realtà parallela, un porto sicuro, nel quale tornare ogni volta, dove ritrovare persone, negozi e strade che pare non abbiano fatto altro che aspettarti per tutto l’inverno.

Questo è il microcosmo di Rose Wallace, non più bambina ma nemmeno adolescente, la protagonista del grahic novel E la chiamano estate delle cugine canadesi Mariko e Jillian Tamaki, traduzione di Caterina Marietti, edito da Bao Publishing, del 2014 e vincitore di numerosi premi.

I libri che vedono un legame speciale tra la fine dell’infanzia e l’inizio della vita adulta, con un’estate fondamentale, sono moltissimi. A questa stagione viene, infatti, assegnato un potere liberatorio che rientra quasi nella sfera della magia. Del resto, l’estate è l’unica stagione dell’anno in cui la quotidianità vive una radicale metamorfosi.

Rose va in villeggiatura da quando aveva 5 anni nella fittizia Awago Beach, un luogo tranquillo che si popola solo in estate quando le famiglie prendono in affitto i cottage per passarvi le loro vacanze al lago.
Pochi nativi, molti turisti, qualche memoria di una cultura passata oramai quasi estinta (uroni).
Appena arrivata, la attende Windy, l’amica estiva di sempre: dopo essere sopravvissuta al traffico della tangenziale, mentre i genitori la rimproverano perché si mangia le unghie, Rose, come prima cosa, si precipiterà a casa sua, un cottage poco distante dal suo.

Per Rose e Windy saranno giornate di bagni al lago, falò sulla spiaggia in famiglia e visite guidate alle attrazioni turistiche percepite, oramai, come attività un po’ troppo infantili.
Vivranno la loro vacanza divertendosi e rilassandosi, mentre comincerà a insinuarsi una sensazione di disagio quando si renderanno conto di essere solamente delle spettatrici di quanto sta avvenendo attorno a loro nel mondo degli adulti.
E la chiamano estate sarà anche, e soprattutto, una vacanza fatta di film horror noleggiati di nascosto, di parolacce incomprensibili, di balli stupidi e di cotte per ragazzi più grandi.


Rose, Windy e il mondo

La storia di E la chiamano estate è narrata in prima persona da Rose, ragazzetta lunga e magrolina, pacata, riservata e riflessiva, dai capelli lunghi biondi, occhi seri, che fa nuoto, legge manga e prova a disegnarli. È figlia unica di Alice, insegnante, donna indurita da un trauma di cui Rose non sa ancora nulla, ed Evan, burlone, premuroso e appassionato dei Rush.
Tra Alice e Evan qualcosa non va e lo si avverte subito, fin dal loro arrivo ad Awago, dal modo in cui Alice rifiuta gli sguardi altrui e si dedica alla sistemazione dei bagagli e della dispensa.

Windy è più giovane di Rose di un anno e mezzo e viene in villeggiatura con la madre adottiva Evelyn, terapista massaggiatrice che ha un negozio, e la nonna mezza sorda con la passione per i cocktail alcoolici. Windy è semi dipendente dalla soda e dalle caramelle gommose, frequenta dei corsi di ballo e l’anno venturo vorrebbe iscriversi a un’accademia di hip hop.
Windy sembra essere l’opposto di Rose: carattere peperino, è bassina e conserva ancora intatte le rotondità di bambina, ha i capelli corti e ribelli, e finge di essere scafata perché le sta crescendo il seno finendo per improvvisare danze buffissime più che sexy. È più forte in apparenza, più loquace, ma non meno riflessiva e profonda di Rose.

Tra le due amiche, seppure diversissime, c’è totale complicità, ed entrambe si trovano di fronte a una svolta: ancora per poco attratte dagli svaghi infantili e già tese verso le prime confidenze, incuriosite dalla sfera sessuale, sensibili al corpo che cambia, mascherando con qualche sberleffo i normali dubbi della loro età.

Si modifica, in questa fase, anche lo sguardo sul mondo dei più grandi, perché ora esistono i ragazzi con qualche anno in più che appaiono attraenti, non tanto per quello che sono, ma per quello che rappresentano. Qualcosa di ancora ignoto che parla di flirt, festicciole clandestine, bevute, musica, bravate.
E poi ci sono gli adulti, i genitori, con i loro conflitti che cominciano a essere intuiti e con i loro dolori che, improvvisamente, non sono più celati dall’innocenza dell’infanzia.

Ma soprattutto ci sono le visite quasi quotidiane al Brewster, l’unico emporio del luogo, gestito nel periodo estivo da alcuni ragazzi più grandi, con cui le due si interfacciano, dapprima in punta di piedi, e poi con baldanza (per esempio, mentono sulla loro età perché il noleggio dei film horror richiede un’età minima di 15 anni).
Il negozio non è altro che il ritrovo della gioventù di Awago. Quando Dunc, il commesso, è al negozio, passano anche alcuni amici e amiche, tra cui Jenny, che sembra avere una particolare intesa con lui. Il mondo è piccolo e Rose e Windy incapperanno spesso in questi ragazzotti.
Prendersi una cotta e incanalare la rabbia verso persone sbagliate sarà inevitabile. Rose si affretterà in qualche giudizio mentre Windy, grazie alla sua famiglia anticonformista, sarà più razionale, ma per entrambe si presenterà l’occasione per riflettere su sbagli, su atteggiamenti più o meno corretti e sui rapporti sempre più complicati.

In E la chiamano estate si fanno i conti con la sessualità: dalle tette che non crescono ancora alle occhiate al ragazzo dell’emporio, dai libri sulla procreazione in giro per casa alla gravidanza indesiderata di una ragazza del luogo. Il sesso è ovunque. E pervade le vite di quelli più grandi, anche in modo doloroso, come accade ad Alice.


Com’è profondo il mare

Uno spazio che prende forma nelle tonalità del blu polvere e del bianco, questo è E la chiamano estate.

La narrazione di Mariko, scorrevole e impeccabile, procede per episodi brevi, mettendo in primo piano le scorribande quotidiane delle due protagoniste, le loro chiacchierate, le prime cotte taciute, con chiari rimandi al lessico dei manga e delle strip americane.
È una narrazione delicata in grado di rappresentare i turbamenti, le inquietudini, le preoccupazioni, gli slanci, le scoperte.
Non c’è, però, una risoluzione vera e propria alle varie sottotrame: la protagonista sembra avere incamerato gli eventi senza averli assimilati, e perfino il momento più drammatico parrebbe esser passato senza evidenti cambi di direzione. È una scelta che può lasciare dello scontento nel lettore, ma che comunque appare coerente e, forse, valida nel promuovere un certo rimuginamento a libro chiuso, magari dopo una o più riletture.

Lo stile artistico di Jillian è molto vicino a quello orientale, in cui si ritrovano elementi di pittura cinese, i volti e i corpi stilizzati che contrastano con l’accuratezza dei paesaggi.
Molto belle le espressioni dei personaggi che trasmettono sensazioni ed emozioni senza che siano necessari dialoghi: negli sguardi troviamo l’elemento centrale, mentre le parole giocano una parte piccola, quando non risultano addirittura fuorvianti. Spesso, infatti, sono i loro silenzi, i lori gesti a svelarci importanti indizi sul loro carattere.
Il tratto è talvolta tondo e pulito, talaltra morbido e sfumato, come si addice a un’estate calda e a dei ricordi un po’ confusi e passati ma con dei momenti vivisi che hanno segnato la crescita.
Ampie tavole, alcune vibranti di movimento, altre mute, dove protagonisti e lettori si trovano immersi nella contemplazione del mondo circostante, del mare, delle stelle, dei boschi. Predominanza di griglie ordinate a tre strisce, intervallate da isolate vignette che mettono in risalto dettagli o volti. Meravigliose splash pages doppie creano parentesi commoventi.

Nel tratto blu c’è un richiamo all’espressività di Craig Thompson. Le ombre grigie sui volti danno la sensazione di una linea chiara che si fa tridimensionale, rinforzata da bordi spessi a carboncino che staccano le fisionomie dal fondo. Notevole la mimica e la gestione delle anatomie.

È un fumetto che va consumato lentamente, per rievocare di quando vedevamo il nostro universo trasformarsi davanti ai nostri occhi, quando dormivamo e i sogni cambiavano divenendo più intensi.


Terra di mezzo 

E la chiamano estate, ovvero quegli anni a cavallo fra l’infanzia e l’adolescenza in cui non si è più bambini ma nemmeno giovani adulti. Quegli anni in cui il cuore comincia a battere in modo diverso alla vista di un ragazzo e la mente comincia a fare strani giri. Anni in cui i problemi dei grandi sono off-limits ma i cui effetti vengono moltiplicati e ampliati tanto da risultare ancora più enormi.

È la storia di due amiche fotografate nel delicato momento in cui dall’ovattato mondo dell’infanzia giungono a quello travolgente dell’adolescenza. Ma è anche la storia angosciosa di una coppia di adulti, la delicata storia di una madre e di una compagnia di giovani del posto.

Quella di Rose e Windy è un’età magica e irripetibile perché si è ancora abbastanza bambini da non disdegnare i giochi, corse, vezzi tipici dell’infanzia, ma si è già affacciati sull’adolescenza, sullo scenario sconvolgente del corpo che cambia, del cuore che palpita, della gambe che fremono per allontanarsi dal controllo genitoriale, della testa che vaga verso nuove attrattive. E soprattutto si è capaci di provare un senso forte di amicizia, un legame con i coetanei così assoluto che difficilmente si ripeterà in altre epoche della vita.
L’estate sembra davvero fatta apposta per attraversare quel ponte sospeso che separa infanzia e adolescenza e E la chiamano estate non è altro che un viaggio intimista in questa difficile terra di mezzo.
È anche una riflessione aneddotica sulle relazioni in quanto tre età sono messe a confronto, in cui la mancanza di dialogo regna sovrana: la fanciullezza in fase di superamento (Rose e Windy); la gioventù alle soglie della maggiore età (Dunc & company); l’età adulta ormai raggiunta e radicata (Alice e Evan).


Rose sei tu

Tutte siamo state delle Rose, alle prese con dilemmi e insicurezze. Ci siamo chieste come sarebbe divenuto il nostro corpo, abbiamo fantasticato su come sarebbe stata la nostra vita sentimentale, e ci siamo poste domande su questioni che sembravano così distanti da noi, eppure così intriganti. E la chiamano estate è uno spaccato di vita che affronta tematiche delicate e complesse con un linguaggio spontaneo e incisivo.

Mariko e Jillian Tamaki hanno insieme costruito un magistrale racconto pervaso di sincerità, speranza, profondità e leggerezza, capace di farci rivivere gli anni più confusi della nostra esistenza.

Annamaria Marraffa

 

Hai presente quelle tipe total black, dai capelli rossi? Bene.
Poi immaginami estasiata tra dischi, fumetti, film, serie TV, libri, violoncelli.
Anna, dal 1982, tra citazioni e suoni.
Ti farò compagnia, tra una tavola di Magnus e una canzone di Fiumani.
Se vuoi contattarmi, scrivi a a.marraffa@inchiostrovirtuale.it

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