Disincanto: il binomio Netflix-Groening funziona?

Disincanto è la nuova serie del papà dei Simpson e di Futurama realizzata per Netflix. Occhio, però, a paragonarla ai suoi illustri predecessori.

Negli ultimi tempi sembra che Netflix stia puntando su grandi nomi dello spettacolo per accrescere ulteriormente il proprio fascino ed ovviamente aumentare il proprio bacino di utenza; per esempio in questi giorni i fratelli Coen stanno presentando al Festival di Venezia The Ballad of Buster Scruggs, film che uscirà il 16 novembre sulla piattaforma online. Questa politica viene applicata a tutti i tipi di intrattenimento offerti dal servizio (qualche tempo fa, per dirne uno, David Letterman realizzò per Netflix un programma, nonostante si fosse dichiarato in pensione); dunque non deve meravigliare se anche nel campo dell’animazione il colosso americano abbia puntato su un pezzo da novanta come Matt Groening, celebre ideatore dei Simpson e di Futurama. La sfida è affascinante, ma anche ricca di punti interrogativi: Groening è in grado di adattarsi al format di un servizio online come Netflix? Soprattutto è in grado, attraverso un prodotto totalmente nuovo, di ritrovare quella verve che nelle ultime stagioni dei Simpson è mancata sempre più spesso? La risposta (parziale) alla nostra domanda ce la fornisce Disincanto, la serie animata realizzata da Groening proprio per la “grande N”.

Disincanto: breve analisi della nuova serie Netflix

Disincanto ha luogo in uno scenario medievale fantasy, nel regno di Dreamland, governato dallo scorbutico Re Zog. Le preoccupazioni principali del sovrano, più che per i suoi sudditi, sono per la sua scapestrata primogenita, la principessa Bean, affascinata più dalla birra che dalla vita di corte. Per motivi politici Bean è data in sposa al principe di un altro regno così da poter stringere un’alleanza molto importante, ma la ragazza non ha intenzione di sposarsi. La prima puntata parte da qui, dall’organizzazione di questo matrimonio e dalla comparsa dei coprotagonisti della serie: un elfo di nome Elfo, che abbandona il suo regno caramelloso e fin troppo sdolcinato per poter assaporare l’amarezza della vita, e Luci (abbreviativo di Lucifer), il demone personale della principessa, regalo di nozze di alcuni misteriosi individui.

Disincanto, Simpson e Futurama: quali le differenze?

Messe in campo le premesse, bisogna chiarire anzitutto che tipo di serie cerca di essere Disincanto e, soprattutto, liberarsi del fardello che inevitabilmente grava su questa serie: il paragone con i Simpson e Futurama. Per quanto l’impronta di Groening sia tangibile, non si deve cadere in questo tranello: confrontare Disincanto con i suoi illustri predecessori è sbagliato perché il prodotto targato Netflix punta ad essere altra cosa rispetto alle altre opere del suo creatore. La prima stagione di Disincanto è composta da dieci puntate che oscillano fra i 25 ed i 35 minuti e soprattutto dà grande importanza alla trama orizzontale, mentre i Simpson e Futurama si reggono su puntate autoconclusive, salvo alcuni mini-cicli di puntate che raccontano storie più lunghe ed articolate (in Futurama molto più che nei Simpson). Il formato, l’ambizione e i parametri su cui valutare la serie sono completamente diversi, perciò i predecessori di Disincanto non possono essere un termine di paragone corretto.

Semmai si può fare un confronto su quanto sia ispirata la serie e su quanto sia pungente la sua ironia (oltre che sui personaggi, come vedremo meglio a breve). Se sotto questo punto di vista le ultime stagioni dei Simpson non lasciavano intravedere una particolare brillantezza in termini di sceneggiatura e divertimento, in Disincanto Groening sembra ritrovare un po’ di freschezza. Non riesce ad essere dissacrante come nei giorni migliori, ma riesce a creare un prodotto piacevole e che strappa più di un sorriso. L’autore sembra prendere confidenza col nuovo format puntata dopo puntata, riuscendo a farlo sposare col suo riconoscibile stile. Addirittura riesce a creare un certo interesse intorno alla trama, che non manca di un paio di colpi di scena niente male (non parliamo di quello dell’ultima puntata, che da un certo momento è risultato abbastanza prevedibile) e che ci lascia con grande curiosità per il suo inevitabile prosieguo. La sensazione è che la serie trovi la sua dimensione nella seconda metà di stagione, in particolare nelle ultime tre puntate, ma soprattutto che debba ancora mostrare la sua vera faccia ed abbia in serbo ancora alcuni risvolti interessanti.

Personaggi e citazioni all’interno di Disincanto

I personaggi creati richiamano quasi tutti degli stereotipi già utilizzati da Groening: per limitarci ai protagonisti, Bean racchiude in sé alcolismo e momenti di scarsa brillantezza di Homer ma anche la forza e la decisione di Leela, Luci è la somma dei peccati che caratterizzano Bender e Bart, mentre Elfo ha la spensieratezza di Fry. Eppure l’amalgama e l’interazione fra i personaggi funziona abbastanza bene e riesce a creare qualche siparietto carino, seppur senza osare troppo. Groening si affida soprattutto all’ingenuità dei suoi personaggi per strappare qualche risata, ed in questo resta sempre piuttosto abile; d’altronde alcuni dei suoi comprimari più divertenti sono stupidi e sfigati per loro stessa ammissione (Milhouse, Ralph e Zoidberg). Non a caso chi fa sorridere di più è Elfo, mentre ci si aspetta un po’ di più dalla scrittura di Luci, al quale dovrebbe essere affidato il politicamente scorretto che un pochino latita in Disincanto e che forse farebbe fare un salto di qualità alla serie. Qualche riferimento a problematiche attuali c’è (la scarsa fiducia nella scienza, per esempio), ma non abbastanza. Troppo presto invece per dare un giudizio sui personaggi secondari, ma alcuni sembrano avere una caratterizzazione più originale o comunque che potrebbe stupire nelle puntate future (non sono dispiaciuti il consigliere di corte e l’esorcista che sembra ispirato a Dario Argento).

Le citazioni ad altre opere fantasy sono molte – Game of Thrones su tutte – e non mancano riferimenti proprio ai Simpson e soprattutto a Futurama (se avete visto la serie, uno in particolare è piaciuto ed ha alimentato una curiosa teoria), mentre ancora devono essere delineate le peculiarità che possono distinguere il mondo di Disincanto da quello di qualunque altro fantasy. In ultimo, le musiche sono orecchiabili e rimangono in testa, risultando azzeccate rispetto al tono dell’opera.

Considerazioni finali

In definitiva Disincanto è un prodotto piacevole che sa intrattenere e divertire, pur senza essere rivoluzionario o particolarmente dissacrante. Dopo alcune puntate di assestamento sembra trovare una sua dimensione e sembra promettere qualcosa di più per la sua seconda stagione. Non è detto che questa non sia una promessa da marinaio, ma per ora merita un’opportunità, essendo una serie di cui si può fruire facilmente e senza troppo impegno; aspettando di vedere se rimarrà una trovata di Netflix principalmente legata al richiamo mediatico che porta con sé Groening oppure no.


Amate le serie Netflix?

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Laureato in Giurisprudenza ed iscritto all’ordine dei pubblicisti. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d’attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell’anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it

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