Del Roland Garros e della fiera dell’est

Guida non impegnativa al Roland Garros, analizzando velocemente e in maniera comprensibile (per i non appassionati) le prospettive dello Slam rosso.

Questo periodo dell’anno è probabilmente quello mediaticamente più florido per il tennis nel nostro Paese. Lo svolgimento degli Internazionali d’Italia – quest’anno trasmessi in parte anche in chiaro – è un cartellone pubblicitario troppo grande per non richiamare l’attenzione di una buona fetta del pubblico generalista. È inoltre il preludio al più importante torneo su terra battuta, ossia il Roland Garros, che inizia oggi a Parigi, e che segna l’ideale fine della stagione delle competizioni sulla superficie rossa (pur giocandosi tornei sulla terra anche in altri periodi dell’anno). Non siamo su un sito di tennis, quindi non è il caso di entrare troppo in dettagli tecnici, ma si cercherà di tracciare una guida per capire quale sia la situazione tennistica maschile alla vigilia dell’evento che taglia i nastri di partenza oggi, dando per scontate meno cose possibili.


Fra le cose che diamo per assodate, sicuramente il nome del favorito, ossia quello di Rafael Nadal, di cui persino l’individuo più refrattario al tennis conosce la grandezza (in particolare sulla terra battuta). Fino ad una decina di giorni fa probabilmente nessuno avrebbe trovato il nome di una valida alternativa da incidere sul trofeo parigino al posto di quello del maiorchino – in cerca del suo decimo timbro a Parigi – ma il torneo di Roma ha dato l’illusione (non più di un’illusione, difficilmente il pronostico non sarà rispettato) che la cosiddetta Coppa dei Moschettieri possa essere sollevata da qualcun altro. Merito degli ultimi ed incerti Internazionali d’Italia, che sono andati a chiudere una sorta di catena vendicativa simile a quella “branduardesca” de “Alla fiera dell’est” (qui spiegata meglio) iniziata al torneo di Montecarlo di qualche settimana fa. Da questa serie circolare tracceremo i profili dei nomi più interessanti in vista proprio del Roland Garros. Il tutto in maniera fruibile per chi non sia un habitué del nobile sport con la racchetta, sperando di invogliare il lettore a seguirlo.

Le vesti del “topolino”, prima vittima sacrificale della catena, sono ricoperte (solo inizialmente) da Alexander Zverev, tedesco con chiare origini russe, il più piccolo del gruppo ma solo d’età, lui che ha appena compiuto vent’anni ma che sfiora i due metri di altezza. “Sascha” è indicato praticamente da tutti gli esperti del settore come il futuro numero uno del tennis. Effettivamente le premesse ci sono tutte: Zverev è il classico giocatore che sa esattamente quello che deve fare in campo, ha una percezione incredibile del gioco, dell’avversario e di sé. Può sbagliare un’esecuzione, ma difficilmente sbaglia una scelta. Giocatore completo, si fa forte tutti i vantaggi che porta la sua stazza ma allo stesso tempo si muove come se fosse dieci centimetri più basso. Lavora costantemente per eliminare i propri difetti (il dritto, per esempio, è migliorato tantissimo negli ultimi mesi), aiutato anche dal fratello maggiore “Mischa”, anche lui valido tennista. Proprio dal giorno del suo compleanno parte la nostra analisi.

Gli highlights di YouTube sono spesso fuorvianti, ma da qualcosa bisogna pur cominciare!

In questa data infatti (20 aprile) il regalo che il tabellone del torneo di Montecarlo gli ha reso è stato quello di giocare proprio contro Nadal. Neanche a dirlo, lo spagnolo schiaccia – proprio come un topolino – il giovane Alexander, concedendogli solo due game in tutto il match (6-1 6-1). Sentenza all’apparenza troppo semplice: troppo acerbo Zverev, ripassi fra un paio d’anni.


Da questo momento lo spagnolo cannibalizza le competizioni sulla terra rossa (Montecarlo, Barcellona, Madrid), fino ai quarti di Roma, dove si ritrova contrapposto (nuovamente) all’austriaco Dominic Thiem, già incontrato e sconfitto due volte nel corso della sua trionfale campagna sul rosso. Thiem, classe ’93, quando è sul campo da tennis ama fare due cose: correre (possibilmente lontano dalla riga di fondo) e colpire la pallina il più violentemente possibile. La sua è una visione per così dire brutale del gioco, che forse ha contribuito ad alimentare le voci (smentite) di allenamenti a base di corse notturne e sollevamenti di tronchi come neanche il miglior Rocky in vista del suo match con Ivan Drago; lui che fino ad un paio di anni fa aveva un’alimentazione poco consona per un atleta per sua stessa ammissione. Nel caso il suo piano tattico, basato quindi sul colpire ogni pallina come se dovesse bucare il campo, dovesse andare male, non ha molte alternative e c’è poco da fare per lui; nel caso invece il piano dovesse riuscire c’è comunque poco da fare, ma stavolta per l’avversario. Il match di Roma contro Nadal rientra in questa seconda categoria di match: Thiem ha spinto ogni singolo colpo con violenza inaudita e poco ha potuto persino il campione spagnolo, nonostante abbia lottato come suo solito.

Un paio di esempi del maltrattamento che Thiem riserva abitualmente alla pallina

A questo punto il torneo capitolino sembra avere un nuovo favorito. In semifinale si pensa che anche Novak Djokovic, suo prossimo avversario, subirà lo stesso destino del “Toro di Manacor”. Anche Djokovic rientra in quel ristretto novero di tennisti che non hanno bisogno di presentazioni. Chi però non è un assiduo fruitore di contenuti tennistici potrebbe non essere a conoscenza del particolare momento che il serbo sta attraversando da un anno a questa parte, esattamente dalla sua vittoria al Roland Garros, l’unico torneo del Grande Slam che gli mancava da conquistare. Raggiunto il suo ultimo obiettivo, Nole è sembrato perdere qualunque stimolo gli avesse permesso di dominare il circuito negli anni recenti. Qualche buon risultato in alcuni tornei (che, beninteso, per altri giocatori sarebbero risultati eccezionali) non ha cancellato le molte sconfitte sanguinose e di difficile comprensione. Qualcuno ha anche parlato di crisi coniugale con ripercussioni sul suo gioco, ipotesi seccamente smentita. Pochissime settimane fa è arrivata la notizia della separazione dal suo storico allenatore.

Con queste premesse Thiem parte con i favori del pronostico, a maggior ragione considerando che Nadal (da egli appena battuto) la precedente settimana aveva evidenziato una volta di più le difficoltà di Djokovic, annientandolo nella semifinale di Madrid. Il tennis fortunatamente non è un’equazione – altrimenti faticherebbe a trovare proseliti! – e perciò quello che sembrava inevitabile non è accaduto. Anzi, Djokovic non si è limitato a vincere, ma ha lasciato un misero game, quasi un gentile omaggio, all’austriaco, che invece era in una di quelle giornate in cui non c’era niente da fare ma per lui; troppo stanco per riuscire a replicare l’impeccabile partita compiuta contro Nadal e inaspettatamente robotico come nelle giornate migliori, incisivo ed infallibile in ogni suo fondamentale.

A questo punto le agenzie di scommesse hanno dovuto correggere nuovamente le proprie quote, dando per favorito il Djokovic ritrovato. E in finale chi si ritrova? Proprio “il topolino” con cui abbiamo aperto il nostro ciclo, ossia Alexander Zverev. Solo che stavolta, più che un topolino, si è trovato di fronte un Biker Mice che ha dominato un match in cui comunque Djokovic non ha reso come il giorno precedente, proprio come Thiem prima di lui. Sentenza troppo semplice: passaggio di consegne, consacrazione, fra i favoriti a Parigi.


Questa tennistica fiera dell’est, emblema dell’imprevedibilità del tennis, è conclusa, ma solo momentaneamente.

La vera chiusura della stagione su terra battuta, come detto, si avrà solo dal Roland Garros. Probabilmente l’epilogo combacerà con l’inizio di questa rassegna, ossia con una vittoria di Nadal, che ha maggior margine nelle partite degli Slam, dove si gioca 3 set su 5, facendo emergere così i reali valori dei giocatori; lo sforzo che gli altri partecipanti devono profondere per stare al suo livello probabilmente è troppo grande per reggere alla distanza. Eppure Roma ci ha ricordato che nel tennis sono poche le cose scontate e che basta una partita per stravolgere un torneo. Se il nome del vincitore non dovesse provenire da Manacor probabilmente sarà uno di quelli appena menzionati, con l’unica possibile variante di Wawrinka, capace di vincere Slam quando ne ha voglia (che ultimamente non sembra pervaderlo, ma basta una scintilla per riaccenderlo); con buona pace del numero uno della classifica, Andy Murray, in una crisi ancor più profonda di quella di Djokovic. A proposito del serbo, va segnalato l’approdo nel suo staff, in qualità di allenatore, di Andrè Agassi, un altro che qualche Slam lo ha vinto ma è al debutto assoluto come allenatore; a volte, però, questo genere di mosse devono solamente dare una scossa al giocatore più che migliorarne effettivamente il gioco, esattamente quello che serve a Djokovic. Magari il cerchio si chiuderà da Parigi a Parigi, con un ritorno alla vittoria del serbo proprio lì dove ha vinto il suo ultimo Slam.

Difficile, ma non sarebbe il primo pronostico ad essere sbagliato.

Laureato in Giurisprudenza ed iscritto all’ordine dei pubblicisti. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d’attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell’anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it

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