Chromebook, tiriamo le somme

Ho acquistato il mio Acer Chromebook 13 (qui una review) nel maggio del 2016. Dopo quasi due anni di utilizzo è il momento di tirare le somme, ahimè non positive, almeno a fronte delle mie aspettative. Sto quindi meditando di tornare a un utilizzo pieno di Ubuntu.
Ma come? Acquistando un nuovo pc, questa volta tradizionale, oppure riutilizzando l’hardware del Chromebook?


L’immediatezza del Chromebook, nell’accesso al web

La prima domanda da porsi prima di acquistare un pc è per cosa lo si utilizzerà.

Se l’esigenza essenziale è l’accesso al Web, vale a dire consultare pagine di informazioni, mail, social vari (Facebook, Twitter), allora il Chromebook, con il suo sistema operativo Chrome os, è un’ottima scelta.
Il web browser è naturalmente Chrome, sono da dimenticare Firefox e Edge/Internet Explorer. Ma è un Chrome molto veloce che si impara rapidamente a utilizzare senza mouse, grazie a un efficace touchpad e alle scorciatoie da tastiera (shortcuts).

Le applicazioni sono quelle disponibili sul Chrome Web Store e, quindi, utilizzabili anche su pc Windows o Ubuntu. Il vantaggio della piattaforma Chromebook è la possibilità dell’utilizzo offline e l’integrazione nativa con il Google Drive. È infatti immediato lavorare su un file su Chrome os e riprenderlo su Android, e viceversa.
Un ottimo esempio è dato dall’applicazione Keep, che consente di gestire con grande flessibilità note e appunti anche multimediali.

La durata delle batterie dei Chromebook è inoltre generalmente ottima. Il mio Acer mi ha garantito sempre almeno una decina di ore di utilizzo, tra una ricarica e l’altra.

Gli strumenti di produttività

Se, accanto al Web, si hanno anche esigenze di strumenti di produttività (foglio di calcolo, editor di note, word processor, creatore di immagini), allora le cose si complicano.
Mentre Windows e Linux-Ubuntu offrono applicazioni native, il Chromebook si basa solo su applicazioni ed estensioni di Chrome. La scelta è ridotta, l’efficienza delle applicazioni lascia talvolta a desiderare.

È il caso del foglio di calcolo (Fogli verso Libre Office Calc o Excel) o del word processor (Documenti verso Libre Office Writer o Word). Se si ha da lavorare su un foglio di calcolo complesso, mille volte meglio il gratuito Calc o, meglio ancora, Excel se si è disposti a spendere qualcosa.

E per l’editing?
Per le note testuali Caret, il miglior editor di testo che ho trovato per il Chromebook, se la gioca abbastanza bene con Notepad++ per Windows o Gedit per Ubuntu. Per le immagini mille e mille volte meglio Paint di Windows o Gimp di Ubuntu. Delle innumerevoli app del Chrome web store non ne ho trovata nessuna che unisca funzionalità base ed essenziali, all’immediatezza della gestione file.

La gestione dei file, altra nota dolente

È probabile che anni e anni di utilizzo di filesystem tradizionali, DOSUnix che siano, condizionano nell’utilizzo e nelle aspettative. Sta di fatto che Chrome os, se da un lato offre un accesso semplice e intuitivo a documenti e media di Google Drive, sia da Chrome OS che da Android, dall’altro zoppica quando si tratta, ad esempio, di cercare un file su una chiavetta USB.

Anche qui, meglio Windows o Ubuntu, accettando un accesso un po’ macchinoso agli elementi su Google Drive.

E per gli strumenti nativi Unix?

Ho in corso la collaborazione a un lavoro su Gitlab, un repository Git. Anche qui, nonostante abbia frugato lo Store, non ho trovato un’app che mi fornisse gli strumenti SSH e Git necessari. Alla fine ho trovato una soluzione perfetta su Android, con Termux.

Il fatto è che, pur essendo di fatto un sistema Unix, il Chrome os ne impedisce l’accesso alle funzionalità di base. È disponibile il classico terminale, mediante la pressione di CTRL + ALT + T, ma lo shell a cui si accede è estremamente ridotto, rispetto al normale shell.

Ma allora, perché ho comprato un Chromebook?

Bella domanda.
Mi sono fatto intrigare dalla novità, dagli articoli entusiasti che ne promuovevano l’utilizzo in ambito education e di sviluppo, e l’ottimo rapporto prestazioni-prezzo.

E poi c’era l’annuncio della possibilità di eseguire applicazioni Android su Chrome os. Peccato che questa possibilità si stia realizzando solo per alcuni modelli di Chromebook, tutti touch. E il mio, ahimè, non è touch.
Anzi, essendo andato al risparmio su un modello maturo, scopro che il fine vita del modello, il momento cioè in cui il software non si aggiornerà più, è settembre 2019.

Ecco, questa è stata un po’ una sorpresa. Chi acquista un Chromebook, quando il modello sarà stato sul mercato per 5 anni si troverà con un sistema che non potrà più aggiornare.

Next move, ovvero: e mo’?

La scelta conservativa

La tentazione è di seguire la via più semplice, e acquistare un pc su cui installare Ubuntu.
È una configurazione che conosco bene, in quello che chiamo il catorcetto, un Acer AspireOne. Pagato 199€ all’epoca dei netbook, con un fiammante Windows 7, nel tempo ha imbarcato Ubuntu, espanso la memoria a 2GB, vista l’eliminazione del Windows 7 (le rare volte che lo lanciavo, c’erano enne-mila aggiornamenti pending). È poi passato a Xubuntu, versione più leggera e adatta alla povertà di risorse.

Perché Ubuntu e non Windows 10?

Nel tempo il sistema operativo Microsoft è migliorato: tempo di accensione contenuto, da un po’ ha anche importato lo shell di Ubuntu.
Quello che continua a non piacermi, al contrario di Ubuntu, è la scarsa libertà di utilizzo. Un esempio per tutti: quando ci sono aggiornamenti da applicare su Ubuntu, sono io a decidere il momento per farlo. Gli aggiornamenti di Windows invece si subiscono, con poco riguardo alle esigenze del proprietario del pc.

Senza ricorrere a costosi top di gamma, potrei trovare qualcosa con almeno 32 GB di memoria di massa SSD e un processore Intel/AMD adeguato. Hard disk esterno, via usb, visto che ne ho già un po’ in giro per casa.

Una strada più complicata: riutilizzare l’hardware del Chromebook

L’alternativa, visto anche l’avvicinarsi del fine vita, sarebbe quella di installare un Ubuntu sul mio Chromebook, che ha un processore Nvidia’s Tegra K1 e 32 GB di memoria di massa eMMC.

Ora, la memoria embedded MultiMediaCard (eMMC) è una tecnologia più economica e meno performante di quella del Solid State Drive (SSD). Però l’hardware ce l’ho e potrei accontentarmi. Inoltre è possibile che alla fine, anche in caso di acquisto di un pc, ripiegherei sull’eMMC, per contenere il costo.

Il problema vero è trovare una fonte solida per l’installazione di Ubuntu. Quello che ho trovato finora (esempio qui) mi sembra complicato a piacere. Se si arriva in fondo, grande felicità e soddisfazione, altrimenti da obsoleto il mio Chromebook diverrebbe estinto.


Appena riguadagno un po’ di tempo libero (dal 30 dicembre scorso ho una nipotina, Luna, e sono praticamente in sua adorazione da allora), decido.
Finirò per seguire tutte e due le strade: comprerò un pc e poi proverò a dare nuova via al Chromebook. Con grande disperazione di mia moglie, visto che non butto mai nulla.

Mi chiamo Pasquale Petrosino, radici campane, da un paio d’anni sulle rive del lago di Lecco, dopo moltissimi anni vissuti a Ivrea.
Ho attraversato 40 anni di tecnologia informatica, da quando progettavo hardware maneggiando i primi microprocessori, la memoria si misurava in kByte, e Ethernet era una novità fresca fresca, fino alla comparsa ed esplosione di Internet.
Tre passioni: la Tecnologia, la Matematica per diletto e le mie tre donne: la piccola Luna, Orsella e Valentina.
Potete contattarmi scrivendo a: p.petrosino@inchiostrovirtuale.it

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