Boyhood – Le tappe dello sport giovanile

Panoramica sul mondo dello sport giovanile in Italia: quali sono gli errori commessi nell’insegnamento dello sport e nella sua percezione.

Il topic del mese dedicato all’infanzia si rivela un’ottima occasione per toccare un argomento che mette a nudo alcune lacune (soprattutto culturali) del nostro paese: lo sport giovanile. Che si parli di calcio, basket, tennis o pallamano, alcuni elementi costituiscono un trait d’union che accomuna i settori giovanili delle diverse discipline. Si farà riferimento soprattutto al calcio, che ingloba in sé tutti i difetti che ci interessa trattare (in alcuni casi esasperandoli) e che rimane lo sport più vicino alla maggior parte dei lettori. Non solo: è opinione di chi scrive che le criticità del calcio giovanile siano la causa principale del calo qualitativo dei giocatori italiani, argomento dibattuto quasi quotidianamente a seguito della mancata qualificazione dell’Italia ai prossimi Mondiali. Si sono lette mirabili analisi di tutti i tipi: da sistemi economici corrotti alla globalizzazione calcistica, sono state identificate le cause più disparate dell’esclusione della Nazionale dalla Coppa del Mondo, ma la realtà potrebbe essere più semplice.

Ma andiamo con ordine.

Il presupposto obbligatorio dal quale partire è uno solo: prima dei 14 anni dovrebbe essere assolutamente vietato fare qualunque progetto di professionismo sul bambino-ragazzino. Con questo non si intende solamente l’organizzazione della sua vita in vista di un futuro nel mondo dello sport d’élite, ma proprio la tipologia dell’insegnamento offerto. Non so quanti dei nostri lettori abbiano l’opportunità di assistere all’allenamento medio delle scuole di calcio attuali; chi ha avuto questa possibilità avrà notato (mediamente) che divertimento e apprendimento tecnico sono sacrificati sull’altare di insegnamenti tattici sin dalla più tenera età. C’è grande premura nello spiegare ai propri allievi dove indirizzare la palla, meno come colpirla. Il che non solo impedisce al bambino di divertirsi, ma limita la sua creatività, la sua capacità di improvvisazione.

A cosa serve tanta tattica se lo scopo principale dovrebbe essere quello di divertirsi?

Inoltre, anche volendo ragionare (sbagliando, lo ribadiamo) sul lungo termine, quale sarebbe il beneficio di avere futuri giocatori con lacune tecniche, alle quali è più difficile sopperire rispetto a quelle tattiche? Non si intravede alcun vantaggio ed alcun beneficio in questa scelta, ma solamente la voglia di molti allenatori di atteggiarsi a piccoli Mourinho in grado di “far giocare bene” un gruppo di bambini. Non fosse altro che all’allenatore di una squadra giovanile vengono richiesti compiti totalmente diversi rispetto all’allenatore di giocatori adulti e professionisti. Allargando un attimo lo sguardo agli altri sport, allo stesso modo ad un piccolo cestista viene insegnato quando prendersi un tiro e quando non rischiare troppo, mentre ad un tennista in erba quando spingere un colpo e quando giocare prudentemente.

Come detto, certi vizi sono comuni a molte discipline.

Andando oltre la soglia dei quattordici anni, quando con grande cautela si può pensare ad una formazione un pochino più impegnativa, iniziano a sorgere ulteriori ostacoli, il primo dei quali è la componente fisica. Nonostante vi sia tutto uno sviluppo da portare a termine, già a questa età si preferiscono ragazzini più strutturati fisicamente. Talvolta con scarsa lungimiranza: solo per citare l’ultimo caso, poco tempo fa Lorenzo Insigne ha ricordato di essere stato scartato da Torino ed Inter per via della sua altezza quando era ancora molto giovane; azzarderei con un certo rammarico per le due squadre in questione. Ancora una volta la cura della tecnica passa in secondo piano, in questo caso a fronte di esigenze fisiche da soddisfare, spesso secondo indicazioni fornite dalla federazione stessa.


In ultima battuta l’ambiente che circonda i giocatori più promettenti si rivela spesso isterico.

Non si fa riferimento alle loro famiglie, tutte troppo diverse, per sensibilità e cultura, per poterle accomunare sotto un unico stereotipo, quanto piuttosto ai commentatori che si ritrovano in Internet. Moltissimi utenti sembrano essere in competizione per scovare prima degli altri il prossimo talento, quasi questo dimostrasse una effettiva competenza e conoscenza superiori dello sport. Pronosticare un sicuro avvenire ad un quindicenne ed avere poi ragione non è necessariamente sintomo di competenza: più spesso è culo. Ci sono troppe componenti imprevedibili che possono influenzare l’evoluzione di un giocatore: la già menzionata crescita fisica, gli infortuni, la tenuta mentale del ragazzo, la fortuna…

Prevederle tutte correttamente non è proprio possibile, ci perdonino gli amici indovini.

E se per caso il giovane dovesse deludere le aspettative (che per molti significa non arrivare ai vertici della propria disciplina entro i 21 anni) la scure dei commentatori medi si abbatte sui poveri malcapitati con inaudita veemenza: da “sopravvalutato” a “fallito” (riferito a ragazzi di 20 anni, sì, l’ho letto più volte), gli insulti sono variegati ed originali. In questo senso un’eccellenza sono i commenti sul tennis giovanile, nel quale la ricerca di un campione di primissima fascia, che da troppo manca nel nostro movimento, è così disperata da portare molti a seguire con occhio estremamente critico tornei di dodicenni.

In questo torneo giovanile un Gasquet imberbe sconfigge un altrettanto imberbe Nadal. Nelle loro sfide giovanili questo esito era la norma. Peccato che da quando entrambi sono nel circuito maggiore il bilancio delle sfide fra i due vede in vantaggio Nadal appena per 15-0. Lo spagnolo, com’è noto, ha inoltre vinto la bellezza di 16 Slam, mentre Gasquet nessuno. Ora immaginate l’intenditore di turno all’epoca di questo video a chi avrebbe potuto pronosticare un futuro da numero uno.


Il nostro sistema di sport giovanile, insomma, pecca sotto diversi aspetti: sia nella sua parte ludica, essenziale in tenera età, quanto in quella dell’apprendimento tecnico.

Per comprendere fino in fondo questo fenomeno ci vorrebbero fior di pagine e di numeri, che non possono essere citati in questa sede. Non resta che sperare che le varie federazioni sportive riescano a migliorare l’attuale condizione dello sport giovanile, attualmente più un’industria mal gestita che un’occasione di crescita a tutto tondo per bambini e ragazzini.

Studente di Giurisprudenza – si spera per poco – iscritto all’ordine dei pubblicisti. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d’attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell’anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it

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