Black Hole: a circle of pain, a circle of suffering

Yes, look in the mirror. What do you see? Is it a dream, or a nightmare?

Una buona parte delle storie di paura si basa su fanciulle che corrono all’impazzata nei boschi e fameliche creature che non aspettano altro che posare i propri artigli su di esse. Da Hänsel e Gretel a Cappuccetto Rosso, da Dorothy ne Il mago di Oz al viaggio di Frodo verso Mordor, i mostri popolano i sogni dei bambini – e non solo – da sempre.
Ma Black Hole, di Charles Burns, offre una variante sul tema: un incubo di formazione in cui i ragazzini non hanno più gli incubi, ma li danno.

Burns ha impiegato circa undici anni, dal 1994 al 2005, per completare Black Hole.
L’autore, con un importante passato di militanza all’interno del gruppo Valvoline, si è aggiudicato i più importanti riconoscimenti americani proprio come creatore di questo graphic novel, e memorabili sono anche le sue illustrazioni per riviste come The Believer e Rolling Stone. In Italia, i suoi lavori sono stati diffusi da molti periodici, tra cui Frigidaire, Fuego e Alter Alter.
Black Hole è stato pubblicato dalle americane Kitchen Sink Press (1995-1998) e Fantagraphics Books (1998-2005), ed edito in Italia dalla Coconino Press, nel 2007, con traduzione di Elena Fattoretto.

È un’opera ambiziosa, visivamente ammaliante, corale, spaventosa, tetra, ricca di simboli e metafore, pervasa da un’irrefrenabile voglia di raccontare. Lungo e articolato, Black Hole si avvale di un linguaggio ben noto al suo autore – il grottesco e deformante – intriso di venature horror.
Scopriamo tutto ciò insieme.

I carry a log – yes. Is it funny to you?

1975. Siamo a Seattle. Ma non è la Seattle raccontata da Cameron Crowe, fatta di caffetterie e torri. È una Seattle che si avvicina di più ai luoghi di Twin Peaks di David Lynch, alla tristezza di Elliott Smith e agli incompresi Screaming Trees.
Sotto questo scenario, abbiamo i classici adolescenti del luogo, dediti più o meno invariabilmente al tedio, spezzato dall’uso di droghe e alcool, tra lezioni a scuola e ricerca dei primi incontri sessuali.
Cose normalissime, cose già viste, certo!

Ma ecco la rapida virata verso l’horror: una terrificante malattia li minaccia. Poco viene detto riguardo a essa, eccetto che il virus viene contratto per via sessuale: sarebbe sufficiente, infatti, avere rapporti con qualcuno che ne sia già vittima per ammalarsi.
Il punto è che i sintomi del morbo non corrispondono a quelli di una feroce varicella. E non si parla nemmeno di AIDS (anche se c’è chi si ostina ancora a considerare questa piaga come una metafora dell’HIV, nonostante le smentite di Burns).
Nulla di tutto questo, in quanto i malcapitati vedono mutare e deformare il proprio corpo, in modo del tutto mostruoso, senza che ciò affligga le funzionalità dell’organismo: c’è chi sviluppa escrescenze sparse, chi una coda (Eliza), chi è obbligato a cambiare pelle tutti i giorni come un rettile (Chris), chi si trova una bocca addizionale alla base del collo (Rob)… Mutazioni che sembrano peggiorare con il passare del tempo.
In alcuni casi, i contagiati sono talmente orribili da doversi rifugiare nei boschi, creando delle microcomunità isolate dal resto del mondo, e vivendo prevalentemente di notte; i meno deturpati, invece, provano a portare avanti la loro vita camuffando le anomale alterazioni del corpo per quanto più a lungo possibile, prima di unirsi anche loro alla realtà che si cela tra gli alberi, dove cercheranno di trovare un difficile equilibrio, segregati e disprezzati dalla maggior parte dei loro coetanei “normali”.

Sulla trama principale, poi, se ne innesta una thriller: sembra, infatti, che qualcuno uccida i ragazzi colpiti dal virus, e può succedere di incappare in manufatti e composizioni ambigue e inquietanti.

Ciò che salta all’occhio del lettore, dopo aver superato lo shock provocato da quanto appena descritto, è che sia tutto normale. Angosciantemente normale. Non un accenno alle origini di questo virus, o a cosa ne pensino il governo, la ricerca, i medici. Non si sa se colpisca anche gli adulti. Non si capisce perché i ragazzi fuggano senza provare a curarsi o a cercare conforto nelle famiglie.
Va detto, in effetti, che la non-spiegazione è uno dei cardini di Black Hole: e, come insegnano Edgar Allan Poe e Howard Philips Lovecraft, si tratta di una delle strategie principi nel creare ansia e sgomento.

The rustling, the magic rustling that brings on the dark dream

L’aspetto più sorprendente di Black Hole è sicuramente quello visivo: un tripudio di forme e simboli, in un continuo rimando e ritorno di immagini, riferimenti, similitudini, che nascono talvolta dalla necessità di narrazione, mentre altri da libera associazione di idee e sperimentazione visiva.

La predominanza assoluta nelle tavole è destinata al nero: campiture massicce, con un tratto di pennello che sembrano lacerazioni. I dettagli sono disegnati in bianco su fondo scurissimo; il buio e l’ambientazione boschiva lasciano appena trapelare o eclissano addirittura molti particolari disturbanti.

Il lato emotivo e i contrasti più intimi dei protagonisti emergono non tanto dai dialoghi (spesso scontati), né dai visi (troppo puliti o troppo vacui, in base alle situazioni e alle sostanze assunte), ma dal background delle tavole, proprio da queste scene sovraccariche di china, piene di alberi scheletrici o di sterpaglie impenetrabili, di linee troppo piane o troppo ruvide.
E l’opposizione cromatica bianco/nero non lascia via d’uscita alle sfumature, volutamente ed esageratamente schematica, difficile da digerire. Un’opposizione che raggela e riempie spazi e corpi di fantasmi, che fa emergere quello che i protagonisti non sarebbero altrimenti in grado di dire.

Il tratto di Burns incarna perfettamente questa tensione tra desiderio e spavento, innocenza e peccato: le linee precise, prese in prestito dagli anni ’60, sono inondate da litri di nero, senza alcun grigio a smorzarne l’inquietudine.

Some ideas can arrive in the form of a dream

Black Hole esplode di opprimenti presagi fin dalla prima pagina, dove una rana sezionata nell’ora di biologia apre uno spiraglio sulla vita scolastica di un gruppo di studenti e offre, allo stesso tempo, la prima apertura del buco nero citato dal titolo, simbolo ricorrente all’interno del testo nelle varie forme del taglio, dell’orifizio, dello squarcio e della ferita. Segni di evidenti riflessi costanti, continuamente riproposti, di metafore sessuali più o meno esplicite.

Il buco, fessura sull’ignoto, è il nucleo interpretativo di Black Hole, la metafora che collega il racconto alla sua raffigurazione visiva e che rimanda all’ambiguità tra visibile e invisibile.
A guidare e legare la storia è proprio questa fitta rete di premonizioni e di simboli (il serpente, la coda, l’orifizio-ferita della bocca e della vagina, le sculture di ossa, le bambole appese agli alberi, ecc.) che trovano una dimensione naturale nella psiche dei ragazzi. Non a caso, gli incubi sono condivisi dai protagonisti e il loro significato fa da collante alle vicende.

Ogni adolescente subisce una mutazione diversa: alcune sono inevitabilmente espressione concreta di sogni e incubi (cambiare pelle periodicamente; una seconda bocca che rivela quello che non si ha il coraggio di dire ad alta voce; una sensuale coda di lucertola). E non c’è il dolore fisico fra le ripercussioni di queste trasformazioni, ma solo un’immutabile esclusione sociale.
E il tema della mutazione, intrinsecamente correlato a quello del sesso, non può non far pensare all’opera del visionario regista canadese David Cronenberg.

Burns ci descrive il sesso senza troppi preamboli: una forza capace di portare gioia e dolore, indispensabile per i processi di crescita dei giovani, motore della narrazione di quello che è un romanzo di formazione. Il sesso impregna totalmente la dimensione di Black Hole, tra flashback, flashforward, lunghe sequenze oniriche, dove ogni tavola è pregna di simboli maschili e femminili, di metafore freudiane che costellano tutta la storia passo dopo passo.

La violenza è l’altra forza primordiale protagonista di Black Hole: subita dai ragazzi contagiati, è psicologica, prima che fisica; l’ostilità e il cinismo nei confronti del diverso sono emozioni tipiche dell’adolescenza, schiettamente descritte da Burns.

Will this sadness which makes me cry – will this sadness that makes my heart cry out – will it ever end?

Burns, il quale ha dichiarato più volte che il romanzo ha fondamenta autobiografiche, non ha mai reagito molto bene alla domanda: “Ma di cosa parla Black Hole?”. Col tempo, ha imparato a rispondere pacatamente che il suo libro “parla della malattia dell’adolescenza: alcuni guariscono, altri no”.
Infatti, il virus è una metafora dell’adolescenza: ognuno è destinato a crescere violentemente, in circostanze diverse, in maniere diverse. E nel frattempo, la vita va come deve andare: si svolgono e si ingarbugliano amicizie, amori, vicende in famiglia; e il “bosco” diventa a tutti gli effetti il luogo dove i ragazzi possono esprimersi senza costrizioni sociali.

In altre parole, il volume tocca i classici temi adolescenziali, trasfigurati in chiave horror e filtrati dal fantastico, scegliendo di renderli pienamente visibili, sia negli aspetti più tangibili ed esteriori, sia in quelli più irreali e profondi.

Adolescenza e orrore, dunque. Due sinonimi. Sì, perché nel giro di pochi mesi, quelli che poco prima erano bambini, subiscono autentici processi teratomorfici: si mettono su centimetri e chili; compaiono brufoli, peli e protuberanze varie; la voce diventa ora stridula, ora profonda; per non parlare dei cambiamenti che coinvolgono il nostro modo di sentire e vedere.
Siamo temporaneamente dei mostri per, poi, trasformarci in adulti.

Il libro è un’esatta radiografia di quel tremendo periodo chiamato adolescenza, ma anche l’orrore più autentico, che si concretizza nelle alterazioni dei protagonisti e nelle figure ataviche che regolarmente ritornano, sotto svariate forme, ad alimentare insolite e distorte associazioni.
Ci sono la sporcizia e la malattia. Ci sono vetri rotti che si miscelano alla terra o all’erba, che si insinuano nei corpi e li trasformano. Ci sono arti mutilati e lasciati al suolo, pelli che si strappano dal corpo, visi deformati come i luoghi intorno. E ci sono dei ragazzi ai quali casca il mondo addosso e loro, invece di scansare la rovina, accolgono l’incursione del fattore weird come se fosse soltanto una banalissima quotidianità qualsiasi.

Il finale sarà diverso per tutti i protagonisti, che dipenderà dalle scelte fatte da ognuno di loro, dalla voglia di vivere o morire, più o meno metaforicamente.

Black Hole è un’enorme ferita la cui cicatrice rimarrà a vita, uno squarcio nella tavola che fa affiorare ogni nostro aspetto più intimo. È un passaggio essenziale della vita in cerca di una luce oltre il buio, che restituisca pace nell’età della spensieratezza e della rassegnazione.

Vi lascio con l’unico adattamento cinematografico di Black Hole: un cortometraggio di 11 minuti scritto dallo stesso Burns e girato da Rupert Sanders.
Qui, invece, trovate un’interessante animazione, sempre diretta dal nostro autore.

                                                                                                                                                                 Annamaria Marraffa

Hai presente quelle tipe total black, dai capelli rossi? Bene.
Poi immaginami estasiata tra dischi, fumetti, film, serie TV, libri, violoncelli.
Anna, dal 1982, tra citazioni e suoni.
Ti farò compagnia, tra una tavola di Magnus e una canzone di Fiumani.
Se vuoi contattarmi, scrivi a a.marraffa@inchiostrovirtuale.it

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