Il problematico biotestamento della FIGC

La FIGC, come pronosticato da alcuni, è stata commissariata. Roberto Fabbricini dovrà guidare questo periodo di transizione. Ma cosa lascia in eredità la vecchia FIGC al calcio nostrano? Quali sono i quesiti ai quali si cerca ancora una risposta?

Come alcuni di voi ben sapranno, si sono tenute pochi giorni fa le elezioni per il presidente della FIGC, resesi necessarie dopo le dimissioni del presidente uscente Carlo Tavecchio, invocate a furor di popolo dopo la sconfitta dell’Italia contro la Svezia, risultato che sappiamo quale nefasta conseguenza avrà sull’estate calcistica italiana. In molti, probabilmente troppi, avevano pensato che l’eliminazione di Tavecchio dagli organigrammi federali avesse rappresentato la fine di un certo modo di fare politica all’interno della Federazione.

Quantomeno c’era la sensazione – piuttosto fondata – che certe figure da cioccolataio non si sarebbero più viste. Qui la più celebre, metterle tutte meriterebbe un articolo a parte.


Spesso però accade che ad una fase distruttiva di un tanto criticato status quo non ne segua una costruttiva: sappiamo qual è la minaccia, pertanto possiamo eliminarla; peccato che poi non sappiamo assolutamente quale sia la vera soluzione al problema. Neanche a dirlo è proprio il caso della FIGC! Il nemico del popolo, in questo caso incarnato dall’inadeguato Carlo Tavecchio (oltre che dallo sciagurato ct Ventura), è quasi costretto a dimettersi, nonostante per qualche giorno abbia cercato di resistere.

Ripensandoci, anche questo passaggio mistico della sua conferenza stampa post-dimissioni merita di essere segnalato. Vogliamo ricordarlo così.


Peccato che da questo momento in poi il dibattito circa le sorti del calcio italiano si sia fermato.

Non solo non sono stati messi in evidenza i temi principali da affrontare per risollevare lo sport di maggior rilievo in Italia, ma chi si è proposto come successore di Tavecchio non ha saputo nobilitare la discussione intorno a tali temi, probabilmente più interessato a cercare sostegno utile da chi avrebbe preso parte alla votazione per nominare il prossimo presidente della FIGC. Si è così arrivati alle recenti elezioni con i tre candidati che si presentavano con programmi rivedibili o, almeno, privi di spessore. La proposta peggiore che ho letto – o, quantomeno, quella che maggiormente mi ha inquietato – è stata quella di introdurre un’ora di calcio obbligatoria a scuola. Un’idea che, con tutto l’amore che si può provare per la disciplina, è una mancanza di rispetto verso tutti gli altri sport, nei confronti dei quali ci si pone in una ingiustificata posizione di superiorità. Senza considerare il fatto che la proposta sia irrealizzabile, ma in campagna elettorale questi dettagli non sono importanti.

Il presidente del CONI Giovanni Malagò, dopo aver constatato che dalle elezioni non era uscito il nome del nuovo presidente della FIGC, ha spianato la strada all’unica strada possibile per la Federazione Italiana Giuoco Calcio: il commissariamento. Lo stesso Malagò veniva indicato da molti come il miglior commissario possibile per guidare la FIGC in questo periodo di transizione, ma il presidente del CONI ha preferito farsi parzialmente da parte (sarà infatti commissario straordinario della Lega della Serie A), facendo presente come il suo ruolo implicasse delle responsabilità non solo verso il calcio ma anche verso gli altri sport e, di conseguenza, come non potesse focalizzarsi esclusivamente sul calcio, soprattutto – come ribadito in conferenza stampa – con le Olimpiadi invernali alle porte. Un atto di rispetto verso le altre discipline, con buona pace di chi vorrebbe l’ora obbligatoria di calcio a scuola.

Il ruolo di commissario della FIGC sarà ricoperto invece da segretario generale del CONI Roberto Fabbricini.

Mettendo da parte le beghe politiche, è il caso di analizzare quelle che sono le questioni che il calcio italiano deve affrontare per poter resuscitare dopo la Caporetto svedese di novembre, ultima tappa di un ridimensionamento del nostro movimento che è sotto gli occhi di tutti da anni. La crisi attiene a due livelli: quello che riguarda la competitività della Serie A e quello che riguarda i risultati della Nazionale, due aspetti che solo in parte sono interconnessi. Il sistema del campionato italiano, infatti, ha fallito anzitutto dal punto di vista economico: le squadre italiane non hanno saputo creare circoli economici virtuosi che permettano di incassare abbastanza per poter competere con le grandi squadre d’Europa.

I demeriti non sono tutti dei club: la difficoltà nell’ottenere stadi di proprietà (che garantiscono maggiori introiti) non dipende solo dai club, così come il fatto di vendere a prezzi relativamente irrisori i diritti televisivi della Serie A nasce da un’incapacità del sistema di saper proporre il prodotto nostrano. Finché ci sarà tale carenza economica (specialmente rispetto alle squadre inglesi) sarà difficile vedere compagini italiane diverse dalla Juventus, club economicamente più forte, fra le migliori formazioni europee: i grandi campioni sono certamente maggiormente allettati dagli ingaggi siderali garantiti all’estero che non dalle “ristrettezze” dei club di Serie A.

Questa penuria di campioni di profilo internazionale si riflette in parte anche sul secondo profilo tirato in ballo, quello del livello della Nazionale: i nostri giocatori, infatti, non hanno più modo di confrontarsi con giocatori di maggior spessore; di conseguenza non hanno riferimenti tecnici per migliorarsi ed abituarsi ad un altro di livello di gioco.


Come scritto, però, in un altro pezzo qui su Inchiostro Virtuale, il principale problema resta la gestione del calcio giovanile.

Avevamo già detto come le scuole calcio siano ormai prodighe di insegnamenti tattici ma parche di quelli tecnici. Anche chi si lamenta di una generazione calcistica priva di talento probabilmente non tiene conto di ciò: personalmente mi sembra impossibile che un paese con il numero di praticanti e la tradizione dell’Italia non riesca ad imbastire una Nazionale in grado di qualificarsi ai Mondiali. Molto semplicemente il talento di questa generazione di giocatori, pur non equiparabile a quello delle migliori rappresentative italiane, viene sacrificato sull’altare delle esigenze tattiche. Bisogna ripeterlo anche in questa sede: la castrazione al quale facciamo riferimento avviene non nel calcio professionistico ma già nelle scuole calcio. Il giocatore viene limitato a pensare a quelle due o tre scelte tattiche che gli allenatori gli hanno imposto; pensare fuori dagli schemi è ormai un’attività completamente eretica e disincentivata.

A ciò si aggiunge il problema di favorire il passaggio dei giovani dal calcio giovanile a quello professionistico, giacché al momento il divario fra il campionato primavera e la Serie A è traumatico per quasi tutti i giocatori.

Questo è forse uno dei pochi problemi dibattuti seriamente e con continuità dalla politica “pallonara”, che ha proposto diverse soluzioni per agevolare questo salto dei giovani nel calcio che conta. L’ipotesi maggiormente sponsorizzata è quella delle seconde squadre da far militare in serie minori (Lega Pro) per permettere ai giovani di confrontarsi con giocatori fisicamente più pronti. Pur non mettendo in discussione i buoni propositi di questa idea, ripresa da alcuni esempi già in vigore all’estero, sono contrario a questa soluzione.

Parliamo chiaramente: la Lega Pro è una categoria nella quale imperversa il calcio-scommesse e un anno sì e uno no viene a galla un nuovo scandalo sportivo. In un contesto del genere il destino di una “squadra B”, che per le stesse regole della Federazione non potrebbe lottare per la promozione, rischia di essere segnato in negativo. Purtroppo il mondo del calcio non mi sembra culturalmente pronto ad accogliere un’idea come questa senza rovinarla. In più, oltre a ritenerla una scelta un po’ in contrasto con lo spirito del gioco, non so neanche se il livello dell’attuale Lega Pro favorirebbe la crescita del giocatore.

Personalmente, per quanto di difficile realizzazione, reputo migliore la scelta – quasi per niente considerata – di allestire un campionato, da giocarsi di lunedì o martedì, di sole squadre riserve composte dai giovani del settore giovanile (il cui impiego deve essere obbligatorio entro una certa quota) e dai giocatori della prima squadra non impiegati la domenica. In questo modo si risolverebbe non solo il problema di far confrontare i ragazzi con giocatori di un certo livello, ma anche quello di dare ritmo partita (ed una vetrina per mettersi in mostra) ai giocatori meno impiegati.

Ovviamente questo dibattito, per avere un futuro, dovrà avvenire in ben altre sedi della FIGC, fino ad ora troppo impegnati nei soliti giochini politici.

Laureato in Giurisprudenza ed iscritto all’ordine dei pubblicisti. Per deformazione professionale seguo qualunque fatto d’attualità. Non sono malato di sport, mi limito a scandire i periodi dell’anno in base agli eventi sportivi. Ogni tanto provo a fare il nerd, con risultati alterni.
Potete contattarmi scrivendo una mail: l.picardi@inchiostrovirtuale.it

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