Attività domestiche nella conciliazione famiglia-lavoro

Conciliare famiglia e lavoro è un’ardua impresa per le donne italiane. Poco aiutate in casa e quasi ignorate dallo Stato, sono costrette a fare enormi sacrifici (di tempo, di lavoro, di figli, etc.) per riuscire a sostenere le diverse attività, gran parte delle quali non remunerate.

Nel mercato del lavoro, le donne trovano, soprattutto nel nostro Paese, notevoli difficoltà nell’affermarsi. Rispetto agli uomini hanno mediamente un’istruzione maggiore ma sono nettamente di meno, hanno stipendi più bassi, meno promozioni, meno tutele, meno ore di lavoro, e nonostante ciò meno tempo libero. Capire il fenomeno solo dal punto di vista delle attività lavorative sarebbe un’azione miope. Bisogna porre invece l’attenzione sull’ambiente domestico.

Qualche dato per capire il fenomeno.

Tra gli Stati dell’Unione Europea, l’Italia occupa il penultimo posto nel tasso di occupazione femminile, con appena il 48,1%. Questo dato è ancora più pesante se confrontato con Paesi simili al nostro. Si vedano ad esempio la Spagna (54,3%), la Francia (61,4%) o la Germania (70,8%).

Il tasso di occupazione femminile italiano mostra la scarsa attività lavorativa delle donne

Tasso di occupazione femminile % (2016) [Dati Eurostat]

Inoltre il (misero) dato crea ulteriore preoccupazione se scomposto all’interno del territorio italiano. Si passa infatti dal 58,7% del Nord Est al 31,7% nelle regioni del Sud, con un distacco di 38,1 punti percentuali tra la Provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia.

Importante è l’analisi del ciclo vitale dell’occupazione femminile. Le donne single, infatti, hanno un tasso di occupazione ridotto e costante rispetto all’altro sesso. La differenza si estende però in concomitanza con il matrimonio e la presenza di bambini fino ai 5 anni, restando ampia fino agli anni della pensione. Tuttavia molte madri, una volta diventate tali, abbandonano la propria attività lavorativa senza riprenderne più alcuna.

L'attività lavorativa di uomini e donne nel grafico sul ciclo vitale dell'occupazione

Partecipazione lavorativa lungo il corso di vita (%), per genere. (Anni 2002 -2003)

Il livello di istruzione gioca però un ruolo fondamentale. Questo ha infatti una relazione positiva con la possibilità di entrare, e rimanere, nel mercato del lavoro. Inoltre, maggiore è il titolo di studio, minori sono le differenze territoriali.


Attività domestiche all’interno della coppia

La motivazione di due donne su tre, relativa all’abbandono del mondo del lavoro, riguarda la difficoltà di conciliazione dei ruoli. Questo perché ad un aumento dell’occupazione femminile, non è seguito un rinnovato patto tra i sessi all’interno della famiglia e della coppia.

Analizzando il tempo speso per le attività domestiche nel corso della vita, la disparità è evidente. Gli uomini non lavorano più di 20 ore settimanali, registrando il massimo negli anni della pensione. Le donne invece toccano anche picchi di 51 ore in presenza di bambini in età prescolare.

Nel 90% dei casi, è la donna che svolge la maggior parte delle attività domestiche all’interno della coppia. Addirittura, in un quarto di esse, l’uomo non svolge alcun compito familiare.

Per quanto riguarda invece la cura dei figli, in oltre il 64% delle coppie la madre non svolge meno di tre quarti del tempo. Nel 41% dei casi, invece, è sua competenza esclusiva.

Sommando il tempo speso per le attività retribuite e non retribuite (attività domestiche e di cura), si scopre che le donne lavorano più degli uomini. Ciò si ripercuote sul tempo libero, che di conseguenza sarà inferiore rispetto all’altro sesso.

Ma quali sono le cause che portano a queste disparità?

Prima di tutto la presenza o meno di figli. Come già detto, quest’evento rappresenta un momento decisivo nella vita lavorativa della donna. Il più delle volte sceglierà di lavorare part-time o abbandonerà del tutto il lavoro, per concentrarsi sul bambino e sulle faccende domestiche.

In secondo luogo la resistenza da parte degli uomini. Rispetto a qualche decennio fa il ruolo della casalinga è profondamente cambiato. Se prima riguardava un destino immutabile fatto di responsabilità riproduttive, oggi appare più come una disoccupazione mascherata. E anche il ruolo dell’uomo ha subito dei cambiamenti, non essendo più legato a quello del breadwinner. Ciò nonostante gli uomini tendono a mantenere una situazione di privilegio legata ad epoche passate, trascurando volutamente la parità tra i sessi.

Infine una buona fetta di responsabilità è data dalle politiche pubbliche. Si pensi al congedo di paternità, pressoché simbolico (per non dire ridicolo), così come concepito nel nostro Paese. Per i figli nati entro il 2017, i padri potranno assentarsi dal lavoro per ben due giorni! Insomma, tolti un paio di giorni, la madre, a poca distanza dal parto, si troverà con un neonato in casa e tutte le attività domestiche e di cura pronte ad aspettarla.

In questo senso il problema è soprattutto culturale. La presenza dell’uomo in casa, infatti, con o senza neonati, è vista principalmente come una sostituzione della figura femminile, e non come una figura collaborativa.


Ma i problemi relativi alla conciliazione famiglia-lavoro non terminano qua. In questo articolo, incentro il discorso sulle attività di cura, ed in particolare sulla scelta “asilo-nonni”.


Questo articolo è tratto dalla mia tesi di Master dal titolo “La problematica conciliazione famiglia-lavoro in Italia”.
I dati, dove possibile, sono stati aggiornati a quelli attuali. Se non indicato diversamente, le fonti sono ISTAT ed Eurostat.

Classe 1986. Sono laureato in Scienze dell’Amministrazione e ho conseguito un Master in “Relazioni Industriali nel lavoro privato e pubblico”.
All’università ho scoperto la lingua cinese ed è stato amore a prima vista, tanto che da allora ho continuato a studiarla da autodidatta.
Nel blog, oltre a parlarvi della cultura cinese, cercherò di rendervi più familiare una delle lingue più incomprensibili per antonomasia.
Potete contattarmi scrivendo a: m.bruno@inchiostrovirtuale.it

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