Asia Bibi: attesa la sentenza della Corte Suprema 

L’8 ottobre la Corte Suprema del Pakistan doveva pronunciarsi sul caso Asia Bibi, la donna cristiana accusata di blasfemia e condannata a morte, ma si è riservata di emettere il verdetto finale.

Quella di Asia Bibi è molto più di una semplice vicenda giudiziaria. L’episodio che la vede protagonista risale al 2009, quando la donna lavorava come bracciante nel villaggio di Ittanwali, Pakistan.

Il 14 giugno del 2009 Asia, dopo aver riempito un catino d’acqua per sé e le compagne, mentre torna nei campi beve qualche sorso da quel recipiente. Ne nasce un battibecco con le altre lavoratrici poiché Asia è di fede cristiana, mentre le altre donne sono musulmane. Per le donne musulmane, con quel gesto, Asia ha contaminato quell’acqua e, sempre a quanto affermano queste ultime, nel corso della discussione Asia avrebbe offeso il Profeta Maometto. Il 19 giugno, Asia Bibi viene denunciata alle autorità per blasfemia.

Da qui l’arresto, senza prova alcuna, e l’inizio del calvario giudiziario.

Rinchiusa, picchiata, stuprata e infine condotta nel carcere di Sheikhupura, Asia Bibi si è sempre professata innocente e ha cercato di incentrare la questione sulla persecuzione legata al credo religioso.

Ad un anno dall’arresto, il giudice di Nankana Sahib, l’ha condanna a morte per impiccagione non riconoscendole alcuna attenuante. La famiglia ha presentato ricorso davanti all’Alta Corte di Lahore.

Il 16 ottobre 2014, dopo quasi quattro anni dalla presentazione del ricorso avverso alla sentenza di primo grado, e dopo che nel 2013, per questioni di sicurezza, la donna era stata trasferita dal carcere di Sheikhupura a quello femminile di Multan, l’Alta Corte di Lahore si è pronunciata confermando la pena capitale per la donna, poi sospesa il 22 giugno 2015 dalla Corte Suprema, che ha rimesso il processo ad un altro tribunale.

Il Pakistan è uno dei trentasei paesi al mondo nei quali, tuttora, viene applicata la pena di morte. Il reato di blasfemia, introdotto solamente nel 1986, sanziona con la pena capitale o il carcere a vita chiunque si renda responsabile di offese contro il Profeta Maometto o contro il Corano. Dal 1986 ad oggi, 62 persone sono state condannate a morte per blasfemia.

Note a tutti, inoltre, sono le politiche pakistane di discriminazione contro le minoranze (cristiani, indù, sikh, parsi, bahai e ahmadi), escluse anche dalle più rilevanti cariche pubbliche e istituzionali. L’introduzione del reato di blasfemia si è rilevato, per questa ragione, un ottimo strumento di persecuzione mirata, complice la labilità della fattispecie che ben si presta alla discrezionalità dei giudici. 

Che la questione abbia un carattere prettamente religioso è dimostrato anche dal fatto che, il partito degli islamisti radicali, minacci gravi conseguenze nel caso intervenga una sentenza di assoluzione.

Il caso ha suscitato proteste da parte di organizzazioni per la difesa dei diritti umani e ha portato molti pakistani a chiedere di eliminare o rivedere la legge sulla blasfemia. Tra questi spiccava il governatore del Punjab, Salmaan Taseer, ucciso il 4 gennaio 2011 a Islamabad, da una delle sue guardie del corpo, per il suo sostegno ad Asia Bibi. Due mesi dopo, anche il ministro per le Minoranze religiose Shahbaz Bhatti è stato assassinato da estremisti islamici per aver richiesto una revisione della legge sulla blasfemia. 

Così in una lettera Asia Bibi:

Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi avevano minacciato di ucciderli. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinché in terra islamica cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano. Un musulmano e un cristiano che versano il loro sangue per la stessa causa: forse in questo c’è un messaggio di speranza.

Dopo svariate denunce contro il disinteresse internazionale, il caso arriva anche in Occidente e il 18 novembre 2010 Papa Benedetto XVI chiede la liberazione di Asia Bibi.

Sono passati 9 anni, e Asia vive ancora in una cella, in precarie condizione psico-fisiche.

Lo scorso 8 ottobre, la Corte Suprema di Islamabad ha rinviato, ancora, la sentenza di condanna a morte per Asia, dopo aver ascoltato l’appello della difesa contro l’esecuzione e aver dichiarato che ci sono alcune discrepanze nella versione dell’accusa e delle testimonianze. I tre giudici davanti ai quali si è tenuta l’udienza hanno anche intimato i media di “non discutere del caso”.

Restiamo in attesa di quella che potrebbe essere una pronuncia storica per il Pakistan, augurandoci che venga fatta salva la vita di Asia Bibi e che venga riformato il codice penale pakistano, dai contorni tanto scellerati quanto aleatori.

Laureata in giurisprudenza e redattrice, nonché co-fondatrice di Inchiostro Virtuale.
Potete contattarmi inviando una mail a v.taddei@inchiostrovirtuale.it

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