Ammazzare il tempo quando hai finito i libri da leggere

Metti un libro che finisce nel bel mezzo di un sabato pomeriggio in cui non sai come ammazzare il tempo (Il catino di zinco, di Margaret Mazzantini).

Metti un ordine fatto sul sito del Libraccio che tarda ad arrivare (Mazzucco, Santacroce, Allende… Quale romanzo leggerò per primo?).

Metti una domenica senza nulla di programmato che potrebbe farsi momento ideale per immergersi in una nuova lettura.

Mi ritrovo così a vagare per le stanze, deciso a censire tutti quei libri che albergano nelle varie librerie e che ancora non ho letto. Mi soffermo soprattutto sulle collezioni dei miei genitori: volumi ormai ingialliti, con le sovraccoperte sgualcite, testi scritti con caratteri microscopici o con copertine pesanti, di quelle che non si usano più.

Passo in rassegna varie mensole, finché non arrivo ad Ammazzare il tempo.


Ammazzare il tempo: la trama e i protagonisti

È da quando sono piccolo che mi soffermo su quel titolo, complice la sua posizione, vicina alle scale che portano al piano di sopra. Un “Harmony ante litteram”, penso ogni qual volta mi imbatto in lui. Oggi, però, decido di sfilaro e leggere la seconda di copertina.

L’autrice è Lidia Ravera. Non esattamente un’autrice di romanzetti rosa. Mi incuriosisco.

«Dopo quasi dieci anni, Sara ritorna nei luoghi che la videro protagonista delle lotte studentesche, ormai donna, sposata e separata, giornalista distaccata dalla propria gioventù barricadiera».

Le altre righe corrono velocemente, arrivo di fretta e furia in fondo alla sinossi. Ho già deciso: voglio leggerlo.

Lo finisco in meno di due giorni, nel tempo di quella domenica senza nulla di programmato e di un fresco lunedì sera di agosto.

Da tempo non mi capitava di essere catapultato con tale veemenza in un romanzo.

Da tempo non provavo quella sensazione che ti porta a credere che la vita reale sia quella che trovi in quelle pagine e non quella che incontri quando ti svegli al mattino; quella sensazione che solo i lettori più accaniti possono dire di aver conosciuto; quella sensazione per cui – per trovare ossigeno – devi immergerti nella lettura e non tornare a galla.

Da tempo non trovavo dei personaggi – pochi, quanti ne bastano – così ben delineati, che ti chiedi oggi che fine abbiano fatto. Oggi che avrebbero una sessantina d’anni.

Sara, Igor, Paolo, Baby Anna, Beccofino, Eliogabalo. Sono loro i personaggi che, da quarant’anni (il libro uscì nel 1978), aspettavano di incontrare un nuovo lettore da irretire. I primi tre non hanno nemmeno trent’anni ma la disillusione che il Sessantotto ha lasciato in eredità alla loro generazione li ha fatti invecchiare anzitempo. E quando, un’estate, si ritrovano a dividere un appartamento con la diciottenne e bellissima Baby Anna e i suoi giovani(ssimi) amici, lo scontro generazionale è lacerante.

I “grandi” rifuggono dai riti di droga e sesso dei “giovani” ma ne invidiano l’innata capacità di ribellarsi e rifiutare le sovrastrutture imposte dalla società; loro, invece, che alla rivoluzione sono stati educati, appaiono agli occhi degli altri come un genitore da negare, da cui emanciparsi.

Eppure, è proprio grazie al sincretismo che si instaura in quelle stanze e nel rapporto che lega Baby Anna e Sara che quest’ultima troverà – letteralmente – la voglia di scrivere un nuovo capitolo nella sua vita.


Perché vi consiglio “Ammazzare il tempo”?

Se, per ragioni anagrafiche, ho fatto fatica a cogliere appieno quell’inquietudine e quello smarrimento post-Sessantotto di cui Ammazzare il tempo è pervaso, non ho potuto non farmi coinvolgere dal suo stile, languido e crudo al contempo.

Brillante l’espediente narrativo operato dalla Ravera: se la prima parte è narrata in prima persona, da Sara, la seconda è affidata a una voce esterna (se non per un paragrafo…). La parola, poi, torna alla protagonista nella parte finale.

Una svista? Tutt’altro. Una scelta ben precisa per delineare concretamente il momento di alienazione vissuto da Sara.

Ammazzare il tempo è un libro che vi consiglio. O meglio, che vi consiglierei. Sì, perché cercandolo in rete, ho scoperto che è quasi introvabile. Certo, non è più d’attualità. Ma due personaggi come Sara e Baby Anna sono certo farebbero breccia nel cuore di chiunque, indipendentemente dalla generazione cui si appartiene.

“Quando smetto di ammazzarmi
mi scappa da ridere.
Quando smetto di ridere
mi scappa di ammazzarmi”.
(Baby Anna)


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Roberto Gessi

Classe 1992, vivo in provincia di Novara e mi occupo di social network, scrittura testi e produzione contenuti per il web.
Ho delle passioni molto semplici: mi piace leggere, scrivere e fotografare.
Non chiedetemi di scegliere tra il mare e la montagna: non saprei farlo!
Potete contattarmi scrivendo a: r.gessi@inchiostrovirtuale.it

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